Attenzione
Chiccaia, non c’è ancora niente di deciso
Livorno. Buttare giù o ristrutturare? In commissione tre ipotesi: tempi e costi. Ma la decisione slitterà anche nel prossimo consiglio
LIVORNO. È sempre più incerto il futuro della Chiccaia, il vecchio blocco popolare che si trova nel cuore di Shangai. Ieri la commissione consiliare che avrebbe dovuto fare chiarezza sul futuro del blocco non è servita a dipanare i numerosi dubbi sollevati da consiglieri e sindacati. I palazzi, una volta svuotati, saranno demoliti per la successiva ricostruzione, come previsto originariamente dai piani di recupero, o resteranno in piedi per coprire l'emergenza casa? Se a inizio marzo Comune e Casalp avevano fatto capire che una decisione sarebbe arrivata nel prossimo consiglio comunale, ieri l'assessore Ina Dhimgjini ha frenato: «Il 30 non ci sarà una decisione definitiva».
Su richiesta della giunta, gli uffici comunali hanno preparato una relazione tecnica sul futuro del blocco, con tre ipotesi. La relazione è stata esposta in commissione, ma le carte non sono state consegnate a sindacati e consiglieri aprendo la polemica nel corso del dibattito. «Per gli atti dovete fare richiesta», ha tagliato corto il presidente Marco Galigani (M5S). Nel merito, l'architetto Matteo De Luca di Casalp ha premesso che «si tratta di uno studio di pre-fattibilità, neanche uno studio preliminare» e il dirigente del Comune Riccardo Maurri ha evidenziato che rispetto ai costi preventivati nella relazione «misuriamo nell'incertezza, è una diagnosi alla cieca che si affida ai parametri di legge».
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Parlando del fatiscente complesso di Shangai, il Blocco 417, l'assessore elenca quindi le tre ipotesi indicate nel documento redatto dai tecnici comunali: abbattimento e ricostruzione, ristrutturazione, o risanamento/recupero. Con tempi, per le diverse ipotesi, che vanno dai 49 ai 54 mesi (più di 4 anni a partire dal "via libera" della giunta) e costi compresi tra i 10 e i 16 milioni.
Nel primo caso – ritenuto dall’amministrazione più percorribile anche in termini di costi, come evidenziato nel corso del dibattito – si procederebbe in conformità con il piano di recupero del 2005 su due sezioni degli edifici. Nelle altre due ipotesi si renderebbe necessaria una variante che allungherebbe ancora i tempi.
Dhimgjini si concentra poi sulle tre questioni che caratterizzano gli stabili di via Bixio: «Estrema criticità delle condizioni igienico-sanitarie, emergenza per le occupazioni abusive, presenza di appartamenti di proprietà. I 126 appartamenti risultano senza riscaldamento né ascensori, con le tramezzature interne danneggiate così come le facciate e il tetto, e con i servizi non a norma».
E se le 108 famiglie assegnatarie saranno accolte nelle nuove case popolari costruite in Corea e in zona Padula, le 9 che negli anni sono diventate proprietarie dell'ex alloggio popolare rimangono nell'incertezza. E poi ci sono gli occupanti abusivi che il Comune, come emerso ieri, intende allontanare dagli alloggi, togliendo gli allacciamenti delle utenze.
Prosegue l'assessore: «Si è cercato di fare di tutto per capire come meglio intervenire, in ogni caso si avrà comunque una riduzione degli alloggi dovuta ai vincoli di legge». A fronte di 126 appartamenti demoliti, ne saranno edificati 53, limite imposto dalle norme sull'edilizia popolare.
Dhimgjini conclude: «Ascoltiamo le proposte dei sindacati ma la questione è complessa, fermo restando l'intenzione della giunta di fare presto e bene. La discussione proseguirà nel consiglio comunale di lunedì, anche se non potrà esserci una decisione definitiva. Gli strumenti sono tanti ma le risorse poche, ci dobbiamo provare fino all'ultimo».
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