Il Tirreno

Livorno

Assalto in prefettura, ispettore a processo per la carica in piazza Cavour

Federico Lazzotti
Un fotogramma della carica della polizia in piazza Cavour
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Un fotogramma della carica della polizia in piazza Cavour

Livorno, via al processo a carico dell'ispettore Basilio Curasì, 54 anni, accusato di lesioni. La donna picchiata: "Colpita due volte ma non so da chi. Sono intervenuta per proteggere mio figlio" 

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LIVORNO.  «Questa inchiesta è la madre di diversi procedimenti, ecco perché è essenziale accertare quello che è avvenuto la sera del primo dicembre 2012 in piazza Cavour». L’avvocato Massimo Gambacciani, difensore dell’ispettore di polizia imputato con l’accusa di lesioni aggravate per aver colpito con la radio la madre di un manifestante, apre così il sipario sul significato del procedimento a carico di Basilio Curasì, 54 anni. Ma non solo.

Perché l’istruttoria iniziata venerdì 27 marzo al Tribunale di Livorno, davanti al giudice Carlo Cardi, è anche l’occasione processuale per guardare i tre giorni che sconvolsero la città e portarono all’esplosione di rabbia e contestazione con l’assalto alla Prefettura del giorno seguente (2 dicembre), anche da un’altra angolazione: quella dei contestatori. E in particolare di Palmina Federica, 45 anni, madre di Daniele Lanari, imputato nel procedimento penale parallelo con l’accusa di violenza, minaccia, resistenza e radunata sediziosa.

VIDEO / Gli scontri tra antagonisti e forze dell'ordine in piazza Cavour (1 dicembre 2012)

La donna, parte civile del procediemtno, nel pomeriggio di venerdì 27 marzo era in aula accanto al suo avvocato ed è stata la prima a essere chiamata sul banco dei testimoni per ricostruire quello che è avvenuto tra le 18 e le 20 di quella sera quando un gruppo di antagonisti decise di scendere in piazza con «una manifestazione non autorizzata». Al centro della contestazione il comportamento delle forze dell’ordine che la sera precedente non consentirono l’ingresso al Terminal Crociere al comizio di Bersani.

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«Colpita due volte». «Ero in centro a fare degli acquisti. E stavo passeggiando con il mio compagno nei pressi di piazza Cavour». Inizia così il racconto della donna. «Ho visto dei ragazzi fermi e in mezzo a loro c’era anche mio figlio, allora mi sono fermata per chiedere come mai fosse lì. Poco dopo ho visto arrivare alcune camionette con sopra diversi agenti. Ho visto poliziotti in divisa antisommossa e ho preferito restare per vedere cosa accadeva. Non è bello - va avanti - ricordare certi momenti, ero con i ragazzi e la situazione tesa, c'era il dottor Paolo Rossi (l’ex vice questore ndr) che minacciava i manifestanti: “Se non ve ne andate vi massacriamo”, diceva. Poi dal nulla è partita la carica».

Qui il racconto si fa convulso e un po’ confuso. «Un celerino - ricorda la donna - mi ha dato una manganellata nel viso, poi mi ha superata, mi sono toccata il naso, faceva male. Mi sono girata verso via Ricasoli e ho visto che manganellavano mio figlio, mi sono lanciata verso il celerino per difendere Daniele. Allora ho ricevuto un colpo alle spalle. Ero sotto la statua, all'inizio dei pratini, vicino alla fermata del bus. Ho sentito un oggetto che mi colpiva, non una mano: era qualcosa di duro, la mano non è così. Sono caduta e quando ero per terra ho visto mio figlio sdraiato sul selciato: aveva uno sguardo senza espressione. Poi ho sentito inveire contro i poliziotti».

«Non l’ho visto in faccia». Dai video registrati dalle telecamere di polizia, Comune e manifestanti, si vede la donna a terra sanguinante. Si sentono le offese agli agenti e lo stupore di chi ha assistito alla carica che non era stata autorizzata. «Successivamente - prosegue - è stata chiamata l'ambulanza perché perdevo sangue dal naso. I lividi sulla spalla destra li ho visti solo la sera quando mi sono spogliata». Poi le due domande chiave: Ha visto chi l’ha colpita? E ancora: è stata mai chiamata per farle le scuse? «Non ho visto il poliziotto che mi ha colpito - è la risposta alla prima domanda - e mai nessuno mi ha fatto delle scuse». La denuncia è stata presentata quasi tre mesi più tardi, dando il via a un’indagine dei carabinieri rimasta per anni sotto traccia.

Sono stati gli uomini del nucleo investigativo a dare un nome ai due agenti che hanno colpito prima con un manganello e poi con la radio d’ordinanza la donna. Nel primo caso si tratta di una poliziotto di Genova per il quale il pm ha chiesto l’archiviazione (ecco perché non ne facciamo il nome). Mentre l’ombra che si vede apparire nelle immagini - secondo i carabinieri - è quella dell’ispettore Basilio Curasì, all’epoca dei fatti autista dell’ex dirigente dell’Anticrimine Francesco Zerilli.

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