Il Tirreno

Livorno

Non sono pazza, adoro Livorno e ho scelto di vivere qui

di ANDREA MARCOLONGO (*)
Non sono pazza, adoro Livorno e ho scelto di vivere qui

La lettera di una ragazza che ha scelto la nostra città per mettere radici dopo anni di nomadismo: livornesi, siete speciali e vi meritate di più

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LIVORNO. Verissimo, a Livorno non ci sono nata. E nemmeno in Toscana. Eppure Livorno mi piace, anzi, ne sono innamorata, perciò, livornesi belli e livornesi belle, vi chiedo una cortesia: non guardatemi sempre come fossi una squinternata quando vi dico: "sì, vivo a Livorno". Gli sguardi smarriti o pietosi, i "Livorno dove?" e i vari "ah, ci sono passato una volta a prendere il traghetto" lasciamoli pure a quegli altri che non hanno avuto in sorte la ferocia intellettuale necessaria per capire questa città. Peggio per loro. Lasciamoli alle nebbie padane, al traffico romano o ai cipressi del Chianti. Ma voi no, voi non potete guardarmi ogni volta con un sorriso che nasconde così male la vostra compassione che è meglio che ve lo risparmiate -fa fatica. Mi sottoponete a interrogatorio almeno dieci volte al giorno: "hai un fidanzato a Livorno?" (no, sono single), "hai un lavoro qui?" (no, sono freelance): proprio non vi torna che io abbia scelto -nel pieno possesso delle mie facoltà mentali- di fare le valigie da Firenze e prendere residenza a Livorno.

Va bene, vuoto il sacco: la prima volta in cui misi piede a Livorno, un anno fa, pensai: "È la città più brutta del mondo, ci sono più cavalcavia che persone, stanno tutti aspettando -senza far nulla- che arrivi qualche salvatore a scaricare le merci in porto, la città si è costruita uno steccato invisibile intorno rifiutandosi di esistere davvero - non in Toscana, non in Italia". Insomma, io a Livorno non ci volevo tornare più. Peccato che ci abbia passato quasi ogni weekend dallo scorso maggio in poi -ripeto, niente fidanzato- fino a decidere che era qui che volevo vivere e non altrove. Ero nomade da due anni, a Livorno l'affitto temporaneo è diventato definitivo e non mi darò pace finché non avrò un'auto targata LI. Perché sono qui, quindi? Sono a Livorno perché amo il modo di vivere dritto ma sempre indulgente che avete, amo il vostro ridere di tutto quando non c'è proprio niente da ridere, amo il vostro sminuirmi che vi porta a scalare vette eroiche, amo le vostre scritte sui muri che sono poesia, amo la vostra fatica e la vostra fantasia di stare al mondo. Lo ammetto, siete geniali.

Ammetto di aver avuto qualche momento di debolezza, scoprendo che i negozi osservano orari variabili, che il ponce certe sere non si può bere perché abbiamo finito i bicchieri, che i ristoranti sono tutti chiusi durante le vacanze di Natale, che il postino non suona mai due volte, ma neanche una e che, in generale, qui si fa tutto saltuariamente. Vi piace la filosofia del saltuariamente? Allora di tanto in tanto che vi venga in mente di meritarvi qualcosa, che so, almeno la fierezza d'essere nati qui e di pretendere qualcosa di più. Il porto, le fabbriche che chiudono, le difficoltà di andare avanti, so tutto e osservo tutto con il massimo rispetto. Non sono qui per darvi lezioni, per carità -anzi, accetto umilmente ogni lezione di livornesità, dè compreso. Però mi piacerebbe se, saltuariamente, sentiste di meritarvi qualcosa e ve lo andaste a prendere. Siete strani, siete disperati, cioè siete vivi: questo è un ottimo punto di partenza.

Di mio, penso che vi meritiate molto, ecco perché ne approfitto per chiedervi di avere coraggio e di smetterla di affidare all'ultima pagina dei libercoli che raccontano Livorno la vostra frustrazione: dalla storia del ponce ai proverbi locali, dai Quattro Mori alle navi, pagine e pagine di ilarità e poi zac, l'ultima, una pugnalata di dolore che arriva alle spalle, non si sa nemmeno da dove né perché. Così non si può continuare: tiratelo fuori questo dolore e andate avanti, basta piangersi addosso -o dentro- nelle ultime due righe. Finitela di considerare la Livorno di oggi le ultime due righe di una storia che è stata già scritta tanto tempo fa. Avete la disperazione necessaria per ripartire. Ci sono un mucchio di giorni oltre all'ultimo -e mi permetto di farvi notare che domani non sarà l'ultimo. Spero di avervi chiarito perché sono qui (quindi niente pietà domattina, vero?). Spero soprattutto di avere almeno insinuato in voi il sospetto che vi meritate molto, perché, a differenza delle altre città, Livorno è ogni giorno quella che è, non quella che capita.

*Consulente di comunicazione
 

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