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La firma del colonnello nel noir su mafia e codici

di Lara Loreti
Il colonnello Roberto Riccardi, comandante provinciale dei carabinieri e scrittore
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Il colonnello Roberto Riccardi, comandante provinciale dei carabinieri e scrittore

Nuovo romanzo del comandante provinciale dei carabinieri ambientato in Sicilia. L’autore: «Storie vere, ma senza svelare troppo. E la prossima sarà su Livorno...»

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LIVORNO. Il fascino dei pupari, la Palermo della mafia, del sangue, degli intrighi, ma anche delle tradizioni, del territorio seducente, dell’intensità dei rapporti. È lo scenario che ospita una storia noir, raccontata dalla penna abile ed erudita di Roberto Riccardi. Non un “semplice” scrittore, ma un ufficiale dell’Arma, il comandante provinciale dei carabinieri, che a Palermo ha lavorato e vissuto, proprio negli anni delle stragi, dal 1988 al ’94. Riccardi è anche un giornalista - già direttore della rivista dell’Arma, Il Carabiniere - che fa della sua esperienza il variegato bagaglio da cui attingere per arricchire i suoi libri.

La firma del puparo, questo il titolo del suo ultimo romanzo, edito da e/o, per la collana Sabot/Age, parla di mafia e pentiti. Protagonista del libro, è il tenente Rocco Liguori, personaggio seriale caro a Riccardi, già al centro di altre due sue opere come Undercover, incentrato su agenti sotto copertura e narcotraffico, e Venga pure la fine, sulla ricerca dei criminali di guerra in Bosnia. Il nuovo libro, di cui l’autore parlerà oggi in tv al Caffè di Rai1, alle 6.10, primo spazio di Uno Mattina, è uscito nei giorni scorsi ed è già un successo. Un giallo in cui la vita dell’investigatore si intreccia, di nuovo, con quella di Nino Calabrò, suo amico d’infanzia, che Liguori ha già trovato sulla sua strada per averlo arrestato per droga. Ma stavolta il rapporto fra o due si fa più stretto: Calabrò è pentito. Ed è proprio dalla sua collaborazione con la legge che si aprono mille mondi, che sembravano nascosti. Sotto la cenere del silenzio covano antiche verità, che solo il lavoro di Liguori potrà portare a galla.

Prima fra tutte la storia, non ancora del tutto svelata, della scomparsa di un cronista palermitano, Michele Sanfilippo. Un gioco di scatole cinesi che sembra non finire mai. Fra guerra alla mafia, persone da proteggere e indagini sempre più complesse, spuntano i messaggi in codice del puparo. Proprio come nel thriller di Michael Connely, Il poeta, dove il giornalista McEvoy protagonista della storia, si trova a dover decifrare i messaggi in codice del serial killer di turno, ispirati ai versi di Edgar Allan Poe. Ecco come l’autore descrive la sua opera.

Chi è il puparo? «È il burattinaio, l’uomo dietro le quinte, colui che muove i fili: nella storia della mafia questi personaggi ci sono sempre stati, ed è interessante che questa presenza sia ciò che caratterizza Cosa Nostra rispetto ad altre organizzazioni criminali: sono persone capaci di nascondersi dietro le apparenze e dietro chi agisce. Cosa che ha sempre reso difficile il contrasto alla mafia».

Senza svelare il finale, nella storia è il bene a trionfare? «Alcune cose si risolvono e altre no. Non può un investigatore cancellare di colpo la mafia, ma si possono ottenere dei risultati. E nel libro c’è la soluzione di un caso, ma non la scomparsa della Piovra che incarna l’universo mafioso».

Lei è un ufficiale dei carabinieri e un giornalista, figure presenti entrambe nel suo libro. Con quale delle due si identifica di più? «Un autore è tutti i personaggi che scrive: ciascuno pensa con la testa dello scrittore che li ha creati, ma io mi immedesimo di più con l’ufficiale dei carabinieri. Detto ciò, nelle mie opere cerco di far parlare i personaggi come parlerebbero nella vita reale e li spiego nel profondo. Ognuno ha le sue sfumature, bianche e nere: quelli negativi non lo sono in assoluto, vengono da storie che li hanno fatti diventare quello che sono. E ciò vale anche per quelli positivi, che non sono tutti chiari. Sono persone vere. Con una storia, dei sentimenti, un rapporto con la vita: io punto molto sul senso del destino, sul fatto che il luogo dove nasciamo condiziona molto le nostre scelte e la nostra vita. L’ho imparato nella mia esperienza professionale».

Quanto di lei e del suo lavoro c’è nei suoi romanzi? «Ogni volta che scrivo un libro mi ispiro al mio lavoro e cambio lo scenario, in base ai posti dove ho prestato servizio. Lo sfondo è noto, le storie sono di fantasia, ma ci sono molto realismo e molta verità». Bisogna stare attenti a non svelare troppo... «L’accortezza c’è in partenza, ma non perché sono carabiniere: vale sempre nella narrativa».

Il prossimo libro sarà ambientato a Livorno? «Sì...».

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