La protesta
Il porto perde il patriarca
Ecco il lungo ricordo che la penna del nostro Aldo Santini dedica a Italo Piccini nel giorno della scomparsa: era un ragazzo senza scarpe, diventerà per un quarto di secolo il console negli anni d'oro
LIVORNO. Italo Piccini, razza portuale. Nel lungo periodo in cui il nostro porto, dopo la rivoluzione dei container, era il numero uno del Mediterraneo, Piccini è stato uno degli uomini più influenti di Livorno. Il suo carisma, guadagnato in ventisei anni di consolato, gli aveva dato un prestigio tale che nel 1989, uscito dal ruolo di console, poté trasmetterlo, con le inevitabili polemiche, al figlio Roberto. Un anno prima l'“Europeo” giunse a scrivere, esagerando parecchio, che Piccini «è quello che decide chi fa o non fa il sindaco».
Da allora rimase il protagonista che con la sua eloquenza popolaresca, non priva di fascino, illuminava la gloria marittima della nostra città. Raccontandone i fatti e i fattacci, a cominciare da quelli che nemmeno il figlio ha conosciuto di persona e che inorgoglivano gli eredi degli antichi portuali.
UN PASSATO DURO. Proprio Roberto Piccini, ringraziandomi nel novembre 1995 per un mio intervento, mi scriveva: «Pur avendo ascoltato mille volte storie di vita portuale, le sue parole mi hanno provocato un rinnovato orgoglio perché attraverso la sua testimonianza quegli episodi di vita vissuta venivano nobilitati e sembrava quasi di avervi assistito...».
Italo Piccini era il testimone, e vorrei dire lo storico, del passato dei portuali livornesi. Un passato duro, ma anche eroico. Italo Piccini è stato il console del prodigioso trapasso, dall'epoca delle fatiche bestiali e della miseria nera, all'età tecnologica. È questa la figura che più gli si addice, garantendogli uno scanno di prima fila nell'arengo municipale della vita di ogni tempo.
Nel 1984 registrai una sua ampia intervista in una sala della Compagnia Portuali. Un'intervista a cuore aperto, dove lui, Italo, irrompeva fin da quando aveva sei anni, e sgobbava già insieme al fratello Gino.
IL PADRE CARBONAIO. Li chiamavano “ciuchini del Fanfani” perché lavoravano per l'agenzia marittima Fanfani. Poi Italo sarebbe andato alle dipendenze del pizzicagnolo Vodicer per passare a quelle del cioccolataio Torricelli. Il padre di Italo, Umberto Piccini, apparteneva alla carovana dei carbonai, la più pesante. Ed era cresciuto con l'ossessione del carbone, afflitto dalla sindrome familiare del carbone, allorché gli addetti allo scarico del carbone, per quanto si lavassero nelle tinozze con il bruschino e il sapone di Marsiglia, rimanevano scuri di pelle.
LAVORO DA SCHIAVI. Italo spiegava: «In teoria le navi carboniere si dovevano caricare con i mezzi meccanici, ma quelli erano pochi e quasi sempre rotti. Così il lavoro era alla coffa. Tonnellate di carbone scaricate a forza di pale. Prima si riempivano i corbelloni con la pala, giù nella stiva, poi si rivogavano i corbelloni sulle spalle. I corbelloni pesavano anche 160 chili e si facevano 120 tonnellate al giorno con squadre di quattro. Un lavoro da schiavi. E quando mancava il lavoro bestiale s'era alla fame. E poi le lotte. Si aspettava il socialismo credendo che venisse l'indomani. Invece non arrivava. Solo nel 1913 furono aboliti gli sfruttatori, gli intermediari che a Genova si chiamavano “confidenti” un nome che la dice lunga, e a Livorno “risicatori”. I celebrati ‘risicatori', su cui si è fatta tanta letteratura, costituivano una consorteria che controllava le spedizioni e il carico a pro del cliente, e che gravava sulle tariffe riducendo di molto il salario dei lavoratori».
A proposito dei “carbonai” Italo mi rievocò un episodio autentico. «Per guadagnare qualcosa in più lavoravano a cottimo. La sera erano morti. Arrivando a casa dicevano: “Sono troppo stanco, vado a letto” e non cenavano nemmeno. Qualcuno ammetteva che se avesse trovato la moglie con il ganzo, è questa la parola che usavano, le avrebbe detto: “Per oggi lavami il groppone e domani se ne riparlerà”. Ricordo un fatto accaduto a un “carbonaio” di via Strozzi. Dopo aver lavorato tutto il giorno, rimane a scaricare anche la notte, sotto la pioggia. Alle cinque di mattina si presenta in casa, sempre sotto la pioggia, salendo quattro piani. La moglie gli apre e a questo disgraziato nero di carbone, viscido d'acqua, gli fa: “Già che sei bagnato, vai a riempire due secchi alla fonte”. Lui, che è bell'e morto, piglia i secchi, scende, li riempie, risale quattro piani, entra, posa un secchio, rovescia l'altro in capo alla moglie e urla inferocito: “Ora che sei bagnata vacci te a prendere l'acqua alla fonte!”...».
IL DECIMO PORTO USA. Dopo la guerra, allorché Livorno era occupata dagli Alleati e divenne la sede del Decimo Porto americano, gli scaricatori fecero sparire non so quante tonnellate di carbone da una nave con la bandiera a stelle strisce. Fu ordinata un'inchiesta e la condusse il presidente della Camera di commercio, il colonnello Gino Graziani. E proprio Graziani mi raccontò: «A me che li interrogavo dichiararono: “Sor colonnello, non se lo ricorda? In quei giorni tirava un libeccio che sradicava gli alberi dell'Ardenza, e il carbone se lo portò via tutto lui. Ci sono testimoni pronti a giurarlo sulla Madonna di Montenero!”...».
Venezia, antico retrobottega del porto mediceo e cassaforte del nostro linguaggio vernacolare, era il quartiere degli scaricatori, il rione più livornese della città, dove la razza portuale aveva le sue radici.
Un'isola che il ponte carraio univa ma anche divideva dal centro. Le ragazze di Venezia, che la domenica andavano a spasso in via Grande con il vestito buono, quando arrivavano oltre il Duomo si sentivano perse. E difficilmente si sposavano con qualcuno di fuori. In Venezia, patria dei livornesi fieri e animosi, poveri ma ricchi d'orgoglio municipale, si parlava con vanto di un tizio che portava tre balle di farina, con un uomo sopra. Di un altro che alzava i paraurti di un vagone ferroviario. Di un terzo che prendeva una botte da 300 litri come fosse un pacchetto postale.
IMPRESE DA LEGGENDA. Molti portuali del passato sono entrati nella leggenda per le loro imprese. Quando frequentavo l'Unione Canottieri conobbi Renato Barbieri detto Attao, scaricatore di marmi insieme a Mario Balleri detto il Bàllaro. Erano nell'“otto” degli Scarronzoni, l'armo nato nel 1928 con Vittorio Cioni capovoga, ex ardito del Montello e scaricatore ai grani, e che alle Olimpiadi di Los Angeles 1932, dove giunse secondo superato per pochi centimetri dagli Stati Uniti, aveva un capovoga Guglielmo Del Bimbo, scaricatore ai carboni.
Attao e il Bàllaro facevano da soli il lavoro di sei uomini. Uno sulla banchina e l'altro sul navicello, si passavano balle da un quintale. C'è chi ha visto Attao trasportare balle di cotone da tre quintali. E chi uscire dal porto con due damigiane, una per mano. Alla dogana lo bloccano. «Sono vuote» esclama, e le solleva come piume. Invece erano piene a metà di Chianti.
ATTAO ERA UN MITO. Attao è stato un mito tra i portuali della sua generazione. Al Caffè Lazzeri di via Grande alzò con la destra uno dei tavoli di marmo e di ghisa, andò sul banco e disse: «Deh, giovane, il ponce me lo metti qui sopra». A 37 anni partecipò al Palio Marinaro e alla prima palata spaccò di colpo un remo.
Al Palio è stato l'unico a vincere in una sola edizione la gara alla scia, quella delle gozzette e quella dei gozzi a dieci remi. Sua sorella, Bruna Barbieri detta la Ciucia, è stata la figura più patetica del tempo in cui la Piazza Grande aveva il giardino con il monumento a Vittorio Emanuele II.
Attao, il Bàllaro, Manganello, Occhiolino, la Scimmia, il Negus, Mangiafoo. Per ogni portuale un soprannome. Umberto Piccini, il babbo di Italo, lo chiamavano Mangialabbri. Vincenzo Razzauti, detto Cencio, spifferava che l'invincibile Attao aveva paura di una cosa sola, il buio. E siccome la notte le scale di casa sua, in Venezia, non erano illuminate, per rientrare si arrampicava su un lampione e passava dalla finestra.
Italo Piccini diceva: «La nostra casa era in viale Caprera, al quinto piano di uno stabile che te lo raccomando: senz'acqua, senza luce per le scale, e scalini alti così. Risalirli al buio con il figliolo in collo e la brocca dell'acqua era un brutto affare. La mia famiglia era di nove persone, cinque figli maschi e una femmina. Il primo era Gino, del' 23. Poi la Gina, del' 25. Quindi io, del' 27, poi Alfredo del '31, Bruno del '33 e Renzo del' 38. Tutti portuali. La miseria era terribile. Spesso qualcuno rimaneva in casa perché la domenica s'era alzato dopo gli altri, e non aveva scarpe da mettersi».
ITALO SENZA SCARPE. Davvero il grande Italo, il futuro console degli anni d'oro del porto, non aveva scarpe da mettersi? «Io abitualmente andavo scalzo. Direi che tutto il nostro rione andava senza scarpe, però non scalzo. Infatti c'era una bottega che vendeva delle spardegne messe insieme con i fascioni consumati dalle biciclette. La domenica io andavo fuori con le scarpe vere di mio nonno, Andrea, portuale in pensione, era della carovana dei cenciai. Le scarpe delle feste. Ma mi facevano un male del diavolo. Erano strette. Perché io crescevo e il nonno aveva i piedi più piccoli dei miei».
Italo continuava: «Non dimenticherò mai quello che facevano le nostre mamme. Nella nostra razza portuale tenevano in piedi la baracca. Però quando dalla strada gridavo “mamma tirami un pezzo di pane”, lei, dalla finestra del quinto piano, rispondeva, “maledetto, te l'ho tirato un minuto fa, sei proprio uno sfondato”. Ma in quel maledetto c'era tanto amore, tanta disperazione. Più tardi, magari, te ne tirava un altro pezzo, di pane, dopo averci levato la midolla e averlo riempito di fagioli avanzati dalla sera prima. E se scoppiava in terra, raccattava i fagioli. Eravamo molto uniti, tra famiglia e famiglia. Queste forme sociali spontanee nessuno le ha studiate bene. Magari c'erano anche gli sfottò tra diverse famiglie, poi ti racconto la storia degli otto polli, ma da noi, la sera, non c'era traffico e d'estate tutti gli abitanti portavano giù le sedie e si frescheggiava sul marciapiede. Si parlava, si rideva, ci si dava la baia, con i ragazzi e le ragazze a farsi l'occhietto».
PARABOLA DEGLI 8 POLLI. E la storia degli otto polli? «È importante per dare la misura della nostra povertà. La famiglia che metteva in tavola un pollo era guardata con invidia e rispetto. Il pollo era il simbolo del mangiar bene. Fra noi c'era un tale che andava a fare la spesa, chiamava la moglie alla finestra, si faceva calare il cordino col gancio, ci agganciava la borsa e diceva, “ti ho portato i polli anche stamani”. La moglie tirava su e nello stabile seguivano l'operazione con l'acquolina in bocca. Quelle penne che si vedevano fuori della borsa suscitavano lunghi sospiri. Ci si chiedeva dove trovavano tanti soldi. Finché una mattina, dopo che lui ebbe detto “ti ho portato otto polli”, ed ebbe appeso la borsa al gancio, con le penne di quei polli in bella vista, accadde il patatrac. La borsa s'impigliò nei fili della luce, la moglie dette uno strattone, la borsa si rovesciò e cadde una valanga di patate con le penne di pollo infilate dentro. Via Caprera non smette più di ridere. Anche lui era della carovana dei carbonai».
I livornesi portavano Italo Piccini in palmo di mano. Il Piccini che nel' 48 salì sul pennone del porto, scosso dal libeccio, per togliere la bandiera della Cisl issata dagli americani, che credette per primo nel futuro dei container, che dette alla Compagnia Portuali snellezza burocratica e voglia feroce di lavorare, oltre all'autogestione e all'autofinanziamento. Che in età matura, ancora un bell'uomo, ha fatto di Livorno un polo culturale convincendo Franco Antonicelli, l'allievo di Croce e compagno di Bobbio, precettore dei fratelli Agnelli, a donare ai portuali la sua biblioteca di oltre 40mila volumi.
UN UOMO DI QUALITÀ. La sua scomparsa crea un grosso vuoto a Livorno, non solo nel settore portuale. Perché la sua esperienza e il suo prestigio, il suo equilibrio, garantivano decisioni costruttive. Italo Piccini era rimasto un personaggio influente, addirittura potente, stimato e amato, se non temuto. La città gli riconosceva una statura dirigenziale molto importante. Con Italo Piccini Livorno perde un uomo di alta qualità e noi un caro amico.
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