La sim del prete servì al sistema
Trovato morto a Livorno, il caso fu archiviato come suicidio. Ora la sua scheda telefonica spunta nell’inchiesta tangenti
LIVORNO. Quando il suo corpo fu visto galleggiare nelle acque torbide della darsena vecchia, tra i pescherecci del porto mediceo di Livorno, lo choc fu doppio. Quel cadavere aveva già una sua identità: quella di un sacerdote, giovane, che forse nascondeva chissà quali misteri. Addosso aveva ancora l’abito talare.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.9721084:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2014/08/06/news/prete-di-42-anni-trovato-morto-in-mare-1.9721084]]Era il 5 agosto dello scorso anno, e a trovare il corpo fu un uomo in divisa, un finanziere che passava lì per caso. Si parlò di suicidio, forse dovuto a problemi psicologici. Ma il giallo non è stato mai svelato fino in fondo. Nessun biglietto, nessuna spiegazione. E tanti interrogativi ancora aperti. Oggi, a distanza di sette mesi, la storia di don Giacomo Vigo, 42 anni, genovese, ritorna d’attualità. E anche in questo caso, ci sono di mezzo le divise, quelle dei carabinieri del Ros, Reparto operativo speciale, che stanno seguendo la maxi inchiesta su tangenti e appalti, chiamata “Sistema”, coordinata dalla Procura di Firenze: quattro arresti, 47 indagati, perquisizioni in varie città del Paese, per un giro di 25 miliardi. Un’inchiesta su cui i carabinieri del Ros, guidati a Livorno dal comandante Fulvio Fontanelli, stanno ancora lavorando.
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Il filo rosso del destino. Ma cosa c’entra don Giacomo con il giro di mazzette, che ha scatenato una polemica anche intorno al ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi? Sul registro degli indagati è finito anche un cugino del sacerdote, l’architetto Giorgio Mor, docente universitario genovese di 51 anni. Il professore, titolare di uno studio noto nel capoluogo ligure per essersi occupato di vari lavori, tra cui quello della riqualificazione della biblioteca universitaria, avrebbe usato la scheda telefonica del cugino defunto per ricevere telefonate riservate da parte del cognato, l’ingegnere Stefano Perotti, romano di 56 anni, anche lui al centro dell’indagine del Ros. E a sua volta amico del ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.11062504:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2015/03/17/news/appalti-e-tangenti-la-scheda-del-prete-morto-in-citta-per-le-chiamate-sul-figlio-di-lupi-1.11062504]]La sim “intercettata”. Il 20 febbraio 2014 Giorgio Mor parla con il cognato Stefano Perotti e lo invita a chiamarlo da un posto pubblico a un numero che non è il suo: secondo i carabinieri del Ros, il professionista deve affrontare una «questione delicata», come si legge nell’ordinanza, e teme di essere intercettato. Ecco la telefonata a cui si fa riferimento alla pagina 237 dell’ordinanza. A parlare è Mor: “... senti... ti chiedevo solo... se eri ancora su Milano... perché ci sarei anche io... ti vedevo un attimo... no... però... ci possiamo sentire eh... magari... ti do... un... numero dove magari mi puoi chiamare tu... allora... 347(...) anche adesso va benissimo... magari... vedi tu... insomma da un pubblico da dove vuoi... okay?”. Quel numero, che Mor indica per intero nella conversazione intercettata dai carabinieri, corrisponde alla sim intestata a don Giacomo. Un’utenza che risulta essere stata ricaricata per 20 euro il 29 dicembre e per 25 euro il 19 gennaio. Qualche ora dopo, secondo i riscontri dei militari del Ros, i due si sono incontrati. Secondo gli investigatori, dunque, il professionista genovese avrebbe usato il numero del prete perché ritenuto insospettabile. Ma c’è dell’altro.
Scambio di favori: Lupi jr. Un giovane, appena laureato, ma dal cognome che conta: Luca Lupi, figlio del ministro alle Infrastrutture. Nell’indagine del Ros si fa anche il suo nome, che si intreccia a quello di Mor. L’inchiesta evidenzia che Mor avrebbe usato il numero del cugino per definire un affare che aveva a che fare con il figlio del ministro Lupi: il giovane sarebbe stato assunto nel suo studio di architettura in cambio di favori da parte del padre negli appalti pubblici. Un’idea, quella di far assumere Lupi jr da Mor, che sarebbe stata di Perotti: in questo modo l’ingegnere romano si sarebbe aggiudicato la direzione dei lavori per la realizzazione del Terzo Valico. Ma il ministro Lupi smentisce tutto. Accuse e rapporti ora sono all’attenzione della magistratura fiorentina. Intanto lunedì gli investigatori hanno perquisito casa e studio di Mor, a Genova.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.11062659:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2015/03/17/news/quella-frase-su-nencini-nelle-tangenti-tav-1.11062659]]Parola d’ordine: ambiguità. Ed ecco che, allora, non è un caso se la magistratura fiorentina, titolare dell’inchiesta che ha scosso mezza Italia, per il capitolo dell'ordinanza in cui spunta la parola “Livorno” ha scelto il titolo “Ambiguità di alcuni rapporti”. Grandi opere, favori, appalti truccati, consulenze da capogiro si intrecciano alla storia macabra e misteriosa di quel sacerdote, la cui figura era stata in grado di catturare l'attenzione e sconvolgere Livorno. E come poteva essere diversamente? La storia di don Giacomo ha colpito molto per la sua particolarità. Il prete era stimato da tutti per la sua pacatezza e per la sua cultura, come emerso dai ricordi di chi lo conosceva.
Morte a Livorno. In quel caldo pomeriggio di agosto, uno dei primi ad arrivare sul posto, nel bacino del porto mediceo, era stato don Placido Bevinetto, cappellano militare. Era stato lui a escludere che quel sacerdote fosse livornese. Poi, minuto dopo minuto, il puzzle dell’identità del prete si era ricomposto: era un biologo, religioso della congregazione genovese di San Filippo Neri. Sui motivi di quello che tutti hanno definito un suicidio è rimasto un velo di mistero. Ma già dall’epoca un particolare era emerso con forza: don Giacomo aveva lasciato a Genova non solo la sua carta di identità, ma anche la sim. Nessuno avrebbe potuto sospettare che quella stessa scheda telefonica avrebbe riaperto un cassetto della memoria che sembrava archiviato per sempre, proprio come il caso della sua morte.
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