Gioco
L'intervento - Basta con la filosofia del "badalì", gli adulti devono fermare certe trasgressioni dei giovani
Lamberto Giannini, professore di storia e filosofia, analizza in maniera decisamente critica l'atteggiamento dei genitori e di certi educatori verso gli adolescenti protagonisti di riti devianti come quello dei 100 giorni dall'esame
Lamberto Giannini, professore livornese di storia e filosofia, interviene sul ruolo degli adulti nei confronti delle trasgressioni dei giovani e di certi riti come quello dei 100 giorni dall'esame.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.11057226:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2015/03/16/news/alcol-ed-eccessi-si-gettano-tra-le-auto-in-mezzo-al-traffico-1.11057226]]
I recenti fatti di cronaca relativa “al rito del niente” dei 100 giorni all’esame, mi spingono ad una riflessione sul mondo adolescenziale... Durante l’età evolutiva il bisogno di essere visibile è prioritario, in quanto, non avendo ancora un’identità strutturata, la conferma del valore dell’esistenza arriva all’adolescente dallo sguardo dell’altro per lui significativo. Colpire l’attenzione deriva da un duplice ed antinomico bisogno: quello del consenso e quello del dissenso. Il consenso è necessario per crescere attraverso un processo di indifferenziazione nei confronti dei modelli significativi attraenti, ma serve, al contempo, anche il dissenso per distruggere alcuni aspetti del sè che sono stati costruiti per avere approvazione ma che non ci appartengono oppure non ci appartengono più e che, per essere distrutti, implicano la necessità di differenziarsi da quegli stessi modelli. La sfida va raccolta scandalizzandosi ma, allo stesso tempo, valorizzando il coraggio dello sfidante, anche se l'elemento più importante è la capacità di dimostrare che ci siamo accorti della sua presenza e che siamo pronti allo scontro che deve naturalmente preludere, grazie alla forza dell'adultità, ad un incontro ancora più significativo e nutriente in grado di rafforzare la relazione.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.11023659:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2015/03/11/news/aggredite-in-piazza-dei-miracoli-e-nessuno-ci-ha-aiutato-1.11023659]]
Quando poi si parla di adolescenza si entra in un campo minato perchè non rendersi conto di una sfida lanciata può portare ad una depressione collettiva o individuale di svalutazione del soggetto che, tramite l'azione di sfida stessa, pensava di aver assunto la dimensione eroica che l’adolescenza richiede, mentre l’innalzamento del livello della sfida può colpire l'adulto con una trasgressione deviante e rischiosa della quale, come educatori, siamo responsabili dal momento che bastava accettare la sfida quando il livello dell'azione era ancora sostenibile.
Uno degli esempi di sfida collettiva contemporanea è ad esempio il rito dei 100 giorni. Preoccupa, la grande aspettativa che un evento come questo può scatenare e che non trova un sostegno ed un freno contenitivo. Situazioni come questa proiettano i nostri ragazzi nel nulla viziandoli all’idea folle del “Tutto è possibile”. Di fronte a questo le reazioni adulte sono di una superficialità estrema, dettate, spesso, da un finto giovanilismo per dimostrare stupidamente che siamo dalla parte dei ragazzi semplicemente perché non abbiamo la forza dell'opposizione. Compito dell'adulto non è, quindi, quello di colpire e giudicare a posteriori ma di intervenire in modo preventivo, non tanto per prevenire un disagio quanto per promuovere un agio. La forza dell'educazione non è, infatti, quella di generare una falsa adesione ma quella di dimostrare che la cultura, sia essa Hegel, Klimt, o Leopardi, non fornisce nozioni lontane ma è uno strumento per narrare quello che proviamo ed attraverso cui, quindi, siamo in grado di lasciare un segno profondo della nostra esistenza, arricchendoci interiormente.
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.11012673:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2015/03/09/news/i-ragazzi-dei-cento-giorni-seminano-rifiuti-1.11012673]]
Compito della scuola è prevalentemente quello di valorizzare i nostri giovani, evitando di entrare nella comoda tolleranza, spesso priva di rispetto, nei confronti di atteggiamenti tesi alla nullificazione della propria potenza, appunto come quella dei cento giorni. Solo la cieca irresponsabilità adulta, può non vedere la degradante deriva fenomenologica di questo rito, che nel tempo è diventato un’occasione per affermare tutta la volgarità della logica del dominio maschile, cento palpeggiamenti nei confronti di spesso ignoti sederi femminili, dovrebbe provocare un freno adulto, che se viene a mancare lancia i nostri giovani in un’angosciante ed infinità libertà. Una piazza senza alcun evento in grado di contenere la potenza dell’energia giovanile che viene affollata da migliaia di giovani desiderosi di avere una giornata eroica da raccontare, può diventare un pericoloso boomerang con effetti devastanti.
Se poi tutti gli anni giungono denuncie per molestie sessuali, più quelle che non vengono denunciate, allora risulta chiaro che gli educatori devono intervenire per dare significato. La filosofia del badalì, del cosa vuoi che sia, sono giovani ecc…, mostra un approccio altamente superficiale da parte di chi dovrebbe essere portatore di valore e significato. Come educatore amo dire sì, amo fornire autostima, amo valorizzare, ma per far questo non si deve aver paura di contenere e limitare usando anche dei no preventivi, perché il limite, che l’adulto mette, serve a riflettere e se qualcuno decide nonostante questo di fare l’esperienza, questa avrà almeno un significato meno degradante, perché lo scontro e la sfida possono aiutare a crescere.
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.11019827:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2015/03/10/news/vandali-scatenati-per-la-festa-dei-100-giorni-1.11019827]]
Quindi non mi pento di aver svolto nei confronti dei miei alunni un’efficace azione di negazione preventiva, perché giudicare dopo è facile ma dannoso. Questa vicenda ci deve però far capire che i ragazzi ci stanno chiedendo aiuto per trovare riti significativi che devono far comprendere i passaggi di vita, la nostra società ha perso il valore del rito che serve a elaborare il passaggio da una situazione di vita ad un’altra. Gli esami di stato si chiudono in modo dispersivo con gli alunni che sfilano in giorni diversi davanti alla commissione, ognuno finisce il brano di vita legato al liceo in modo individuale e dispersivo, questo impedisce di avere un momento teatrale che simbolizzi cinque anni non ripetibili, basterebbe poco. I ragazzi devono costruire da soli le loro liturgie ma quando esse sono degradanti occorre che la società adulta proponga, qualcosa che poi i giovani mettono in discussione, ma se proponiamo il nulla la sconfitta è inevitabile.
Inoltre si conferma che la società non considera importante un giorno di scuola, che si può perdere senza grandi problemi, e questo ferisce ed aumenta il degrado. Lavorando con i giovani da decenni posso dire che questa è una generazione meravigliosa che merita di più, vorrei fosse chiaro che la mia analisi critica colpisce l’adultità e non il mondo giovanile che trovo ricco e potente. Per combattere la violenta ritualità del niente serve un adultità ricca di significato.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
