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La versione di Michelangelo Fedele: «Sono innocente, il carcere è l’inferno»
Livorno, nell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice, Fedele racconta la sua verità. E in aula per il processo "madre" appare abbattuto e sconfitto
LIVORNO. Quando all’alba di martedì 10 marzo i carabinieri sono andati ad arrestare Michelangelo Fedele nella sua casa di Castagneto Carducci per portarlo in carcere, hanno trovato accanto al letto un paio di ciabatte con sopra la scritta “boss”.
Dopo tre notti passate in una cella del carcere di Pisa la figura che compare intorno alle 9 di venerdì 13 marzo nell’aula d’Assise del Tribunale di Livorno scortato da quattro agenti della penitenziaria, non ha molto del capo bastone descritto nell’ordinanza di custodia cautelare: spietato, usuraio ed estorsore.
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Al contrario ha gli occhi stanchi, un piumino nero macchiato e sgualcito e tiene la testa bassa. Per oltre quattro ore è rimasto ad ascoltare, seduto, in silenzio, l’evolversi dell’udienza. E fa specie vederlo così dimesso, apparentemente arreso alla sconfitta, soprattutto se paragonato allo spirito con il quale presenziava a tutte le udienze precedenti. «È un uomo di 70 anni ed è stanco», spiega il suo legale, l’avvocato Marco Talini.
Michlengelo Fedele forse ha speso le sue ultime parole per difendere (invano) la sua libertà e il suo modo di vivere giovedì davanti al giudice Ottavio Mosti, ironia della sorte lo stesso che si è trovato di fronte ieri visto che fa parte del collegio che lo dovrà giudicare per i presunti reati commessi tra il 2000 e il 2006.
Il giorno precedente, invece, lo stesso magistrato se l’è trovato di fronte come giudice per le indagini preliminari durante l’interrogatorio di garanzia, a 48 ore dall’arresto compiuto dai carabinieri. «Sono innocente - ha ripetuto al giudice decidendo di rispondere alle domande». Quattro i nuovi presunti episodi di usura che hanno spinto il pm a chiedere, e il giudice a firmare, la richiesta di misura cautelare in carcere.
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«Non ho fatto quello di cui mi accusate e tantomeno ho parlato con persone diverse dai miei familiari. Ho solo risposto a mia moglie che mi diceva che alcune persone mi avevano cercato». A margine dell’interrogatorio di garanzia Fedele ha anche raccontato alla moglie e al suo legale la vita in carcere. «In tre giorni - ha detto - ho mangiato solo un etto di riso. La vita in cella è dura, è come essere all’inferno».
Nonostante la richiesta del suo avvocato difensore, il giudice Mosti non ha dato l’ok per il trasferimento di Fedele ai domiciliari, dunque il settantenne resterà in carcere, almeno per il momento. «Faremo richiesta di scarcerazione al Tribunale del Riesame», annuncia l’avvocato Talini prima di salutare il proprio cliente.
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