Il Tirreno

Livorno

Un grido dal call center «Abbiamo tanta paura»

di Maria Giorgia Corolini
Un grido dal call center «Abbiamo tanta paura»

Protesta dei dipendenti di People Care contro la prevista chiusura del call center «Lavoriamo qui da dieci anni, le istituzioni devono aprire una trattativa al Mise»

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LIVORNO. Sul grande striscione alla testa del corteo hanno scritto “La paura è tanta”: è questo il sentimento dei lavoratori People Care che con la protesta di ieri hanno voluto dimostrare di non rassegnarsi di fronte a quell'evidenza che giorno dopo giorno si sta manifestando in tutta la sua grave durezza. Sono un centinaio, forse anche di più, e quasi tutte donne. Dalle 10 alle 12 hanno abbandonato la propria postazione di lavoro, sono scese fino al rettilineo della Strada statale 555 delle Colline e hanno occupato “simbolicamente” la rotatoria che si trova a poche decine di metri dall'ingresso di Guasticce.

«Chiediamo che il Mise convochi il tavolo di trattativa con People Care e Seat- spiega Margherita Luperiti, Rsu Cobas- e ci rivolgiamo alle istituzioni: siamo lavoratori altamente qualificati ed almeno alcuni di noi potrebbero essere reimpiegati nel pubblico». Accanto a lei Raffaella Guetta, 43 anni, un mutuo da pagare, un marito disoccupato da due anni e mezzo e una bambina di nove anni: “La mia avventura qui è cominciata nel 2005, con tre mesi di lavoro e un contratto non rinnovato. Poi fui inaspettatamente richiamata e nel 2008 assunta a tempo indeterminato. Certo, non era il lavoro per cui avevo studiato, ma sembrava una buona soluzione». Part time a 20 ore per 700 euro al mese, condizioni che in altre parti d'Italia o in altri tempi sarebbero state adatte a studenti universitari, a chi volesse semplicemente integrare un po' le entrate. Come la 42enne Pina Nonne, entrata a People Care nel 2006, mentre preparava il dottorato in lingue: «Pensavo che il call center sarebbe stata una parentesi in attesa del vero lavoro, e invece si è trasformato nel lavoro vero». Pina racconta di un incontro in cui lo stesso amministratore delegato di Contacta Gabriele Moretti si disse sorpreso: «Ci spiegò che si sarebbe aspettato di trovare studenti alla ricerca di un lavoretto e non persone qualificate e mature. Parlò di “alta qualità del materiale umano”, disse proprio così». A dirla tutta, raccontano le lavoratrici, in quella occasione Moretti si disse anche contrario alla delocalizzazione: «Ma noi sapevamo che al 1240 rispondevano già dall'Albania». Anche Elena Nocchi è laureata, ma in Scienze naturali: «Poi un bel giorno decisi di voler mettere su famiglia e dissi addio agli studi. Si può dire che questa sede l'abbia aperta io: era il 2005 e il nostro edificio era praticamente l'unico qui nella piana». Alla testa del corteo, oltre all'assessore di Collesalvetti Roberto Menicagli (“Il Comune e il sindaco sono al vostro fianco e non vi abbandonano” dice ai lavoratori), anche il segretario della Cgil Maurizio Strazzullo e il dirigente Beppe Luongo: «La mortificazione del sindacato è tanta, anche perché abbiamo cercato accordi al ribasso pur di salvare il lavoro e questi lavoratori ci sono venuti dietro», ci spiega.

Comunque vada, non ci sono sentimenti di resa. Sentite Monica Poponetti, 52enne pittrice: «Abbiamo sempre lavorato bene - dice - e grazie a noi , Seat ha guadagnato milioni. Ci vogliono licenziare? Bene: il sorriso però non riusciranno a togliercelo. Prenderò questa come un'occasione per uscire dal torpore di questo posto». Una liberazione? “No, una scossa - conclude - Dovrò darmi da fare, nel privato, però. Il lavoro non c'è e alla mia età è tutto più difficile”.

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