Toscana
L’ex staffetta sogna ancora un mondo meno ingiusto
LIVORNO. Sbaglia assai chiunque s'immagini Osmana Benetti soltanto come “la moglie di”, quasi un addentellato di Garibaldo Benifei, che a 103 anni – ma vispo e battagliero come un ragazzino – è...
LIVORNO. Sbaglia assai chiunque s'immagini Osmana Benetti soltanto come “la moglie di”, quasi un addentellato di Garibaldo Benifei, che a 103 anni – ma vispo e battagliero come un ragazzino – è diventato nel cuore dei livornesi oggi l'icona dell'antifascismo forse ancor più di comandanti partigiani come Bruno Bernini.
A lei adesso, a 92 anni, è stata consegnata a Livornina, e di questa scelta bisogna dar plauso al sindaco Nogarin, così come a quella di averla attribuita al marito Garibaldo, allora novantaquattrenne, va riconosciuto merito al sindaco Cosimi: la massima onorificenza cittadina l'hanno avuta vari personaggi della città ma mai marito e moglie, oltretutto ultranovantenni. È il mondo salvato dai bisnonni, insomma.
Dietro ogni grande uomo c'è una grande donna? E' vero ma Osmana non è mai stata “dietro” Garibaldo bensì “accanto”, alla pari e stop: è probabile che neanche lei stessa lo chiamerebbe femminismo, semmai è una certa idea del mondo e dei rapporti fra le persone. A cominciare da quelli più vicini: dentro l'organizzazione partigiana e dentro il “partito” (inutile dirlo, il Pci), con i “compagni”; dentro casa, con l'uomo della sua vita.
Già, perché Osmana è una ragazza di nemmeno vent'anni quando scocca la scintilla con Garibaldo. Non al bar o a una festa, ma mentre mette in gioco sé stessa per quella sua certa idea del mondo: lo incrocia nelle riunioni clandestine del Partito comunista. Lui ha undici anni di più ed è un bel tipino: la galera in isolamento ai Domenicani, le botte tanto dei questurini che delle squadracce, il morso del Tribunale speciale li ha giù assaggiati.
Nella bella video-intervista (su www.iltirreno.it) di Luciano De Nigris e Beata Moczydlowska c'è anche l'affettuoso amarcord di lui: «Avevamo la bici e dunque ci mandavano a fare riunioni politiche anche nei paesi del circondario, a Colle, a Parrana. Quella volta che dovevamo andare al Gabbro, eravamo arrivati alle Palazzine e vidi che per la fatica della salita le si erano arrossate le gote. Le dissi: sei bella come una mela».
La loro love story è ad alto tasso simbolico nel Pantheon resistenziale. Si conoscono nell'estate '44. subito dopo c'è la liberazione di Livorno con i partigiani che entrano in città dal Castellaccio; nel gennaio successivo, praticamente nell'anniversario della nascita del Pci all'ex teatro San Marco di Livorno, diventano marito e moglie davanti al sindaco Diaz. Il loro è il primo matrimonio civile e le fedi non gliele portano le damigelle tutte pizzi e trine bensì gli operai del Cantiere, la classe operaia della fabbrica-mito: ci pensano loro a forgiarle in acciaio.
Sia chiaro, Osmana l'allegria alla retorica ce l'ha nel sangue. Nessuna paura di fare la staffetta partigiana: neanche quando fa sparire i nastrini del proprio corredo per farne i legacci con cui, lungo la strada che sale alla miniera della Valle Benedetta, appende i volantini sull'assassinio di Oberdan Chiesa. I “cattivi” stanno dall'altra parte e si sa cosa fare per combatterli. Ma l'ha capito prima di tanti altri che se vuoi costruire una nuova antropologia, un nuovo modo d'essere fra le persone, la “rivoluzione” bisogna farla anche in casa propria.
Chissà quante volte ha ascoltato la mamma rimbrottare il babbo che doveva smetterla di far tante storie: prendesse una buona volta la tessera del fascio che c'era una tribù di bocche da sfamare. Chissà quante volte l'ha rinchiusa in casa perché non si mettesse nei pericoli con i partigiani: e, figurarsi, sarà proprio questo a salvare Osmana da una retata nel gennaio '44 che con un blitz nell'abitazione della famiglia Manna smantellerà una rete clandestina di antifascisti livornesi. Chissà quante volte le ha sentito ripetere che la politica è roba da uomini.
Non buttiamo la croce troppo addosso alla mamma: tutt'altro che fascista, voleva semplicemente tenere la famiglia fuori dai guai. Del resto, a dire che le donne devono starsene alla larga non è mica solo lei: lo ripetono i dirigenti del partito (che vorrebbero confinarle in cellule a sé, quasi in serie B); lo ammettono le stesse compagne (che confessano di sognare un bel matrimonio e una casa da accudire), come racconta nel prezioso lavoro di Tiziana Noce (“Nella città degli uomini”) su “donne e pratica della politica a Livorno fra guerra e ricostruzione”
Niente santino da giaculatorie e mitologia: così come per Garibaldo, la vita (e la lotta) continua anche dopo la fine della guerra. Nel segno di ideali ma con i piedi ben piantati per terra: forse proprio perché donna. E solo le donne hanno dimestichezza non con l’idea astratta del caro-vita ma con il fatto che il latte costa due lireal litro, non con la grande programmazione del territorio ma con il fatto che nella scuola del figlio piove dal soffitto o il marciapiede davanti a casa della zia è un groviera di buche. Dev’essere per questo che affascina sentirla raccontare di quando «noi delle cooperative chiedemmo alle donne di campagna di crescerci ciascuna un bel pulcino per far fare Natale ai ragazzi». O di quando «noi donne andavamo di bottega in bottega a cercare un po’ da mangiare per gli asili».
E, di fronte a tutta la storiografia sulla delusione del dopo-Resistenza, quando resta difficile portare in tavola qualcuna che non sia la “minestra sui discorsi”, ecco lei fuori dal coro: «C’era un entusiasmo che ti faceva parlare al di là della consapevolezza politica: si parlava di acquedotto e di scuole, come se avessimo già un programma, Avevamo solo la nostra voglia di rimettere in piedi la città, moltiplicata per cento di fronte a quel che vedevamo davanti agli occhi».
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