Il Tirreno

Livorno

Rapina in ditta, due arresti e un sequestro

di Lara Loreti
Rapina in ditta, due arresti e un sequestro

Due ragazzi in manette e sigilli a un’officina di Ardenza: l’indagine dopo il colpo alla Tupperware

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LIVORNO. Un altro arresto, un provvedimento di custodia cautelare notificato in carcere, e una officina, la Amaranto Racing di Ardenza, sequestrata. Sviluppi nell’indagine sulla rapina a mano armata all’interno della ditta Tupperware di via Salvatore Orlando, messa a segno lo scorso 29 settembre. I carabinieri, che indagano sul caso da cinque mesi, dopo aver individuato i quattro autori del colpo, sono andati a fondo nelle indagini, riuscendo a scoprire e sgominare un’organizzazione di furti e riciclaggio di moto. Secondo i militari, guidati dal comandante del Nucleo operativo radiomobile, Leonardo Bricca, nel gruppo criminale erano coinvolti i due giovani considerati i rapinatori della Tupperware: si tratta di Manuel Mannucci, già in carcere dalla scorsa settimana su ordinanza del magistrato di Sorveglianza del Tribunale di Livorno, dal momento che godeva dell’affidamento in prova ai servizi sociali, misura immediatamente revocata a seguito dell’indagine Tupperware. E in fatti, due giorni fa i carabinieri hanno notificato un’altra misura cautelare in carcere. Arrestato l’altro giorno, e posto ai domiciliari, anche Federico Lemmi, 26 anni, già denunciato nella prima fase delle indagini, ritenuto dai carabinieri il complice che quel giorno mise a segno il colpo insieme a Manuel Mannucci. I militari sono andati a notificargli l’arresto direttamente a casa, dove il giovane è rimasto ai domiciliari.

Entrambi i giovani sono stati riconosciuti come gli esecutori materiali della rapina. Lemmi, in base a quanto è emerso nel corso dell’attività investigativa, si dedicava anche allo spaccio di sostanze stupefacenti sulla piazza di Livorno. Successivi accertamenti dei carabinieri, hanno permesso di riscontrare che quel giorno di settembre, solo due ore dopo la rapina, uno di loro aveva acquistato un Iphone 6 in un noto megastore cittadino, pagando mille euro in contanti, cosa che aveva destato il sospetto dei carabinieri sulla provenienza dei soldi.

Nei guai per il presunto traffico di moto è finito anche il titolare dell’officina Amaranto Racing di via del Pastore, Nico Morelli, giovane di 25 anni, al quale è stata notificata la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Il sequestro dell’officina comporta un valore che si aggira intorno ai 150.000 euro.

Secondo i carabinieri, il giro d’affari consisteva nel rubare moro e poi smontarle per rivendere i pezzi.

Le indagini dei militari hanno permesso anche di ricostruire nei dettagli le fasi della rapina. Grazie alle informazioni dei testimoni presenti, raccolte direttamente dai militari sul posto, e alle videocamere di sorveglianza di un condominio poco distante dal luogo del colpo, era emerso che quel 29 settembre due uomini con il volto travisato avevano fatto irruzione nei locali della ditta, durante la pausa pranzo, terrorizzando con una pistola le impiegate dell’azienda intente, proprio in quel momento, a depositare gli incassi. I due erano riusciti, così, a portar via gli incassi della settimana precedente, e due delle borse personali delle lavoratrici presenti. Il bottino era stato di oltre 6.000 euro. Vista la dinamica dei fatti, le coincidenze, le anomalie, la possibilità di frequentare i locali della società quasi esclusivamente da parte dei collaboratori, i militari erano riusciti a raccogliere sempre più elementi sul personale della ditta, indirizzando le indagini verso una persona in particolare: la mamma di Mannucci che lavorava proprio in quella ditta.

L’attività d’indagine ha permesso così l’identificazione dei presunti responsabili della rapina, quattro livornesi, tra i quali la donna. Collaboratrice della Tupperware, la madre di Mannucci da qualche tempo, come scoperto dai carabinieri, a seguito di alcuni problemi economici con la ditta, aveva aperto un contenzioso riguardo la restituzione di una vettura di servizio che l’azienda le aveva fornito in periodi precedenti.

La donna - secondo i carabinieri - avrebbe così coinvolto nella questione il figlio Manuel, che in quel periodo ancora sottoposto alla misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali, in conseguenza di una sua condanna per numerosi furti di slot machine.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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