Il Tirreno

Livorno

Call center, in 450 sull'orlo del precipizio

Mauro Zucchelli
Gennaio 2015: il presidio dei lavoratori del call center sotto gli uffici della prefettura
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Gennaio 2015: il presidio dei lavoratori del call center sotto gli uffici della prefettura

Le procedure di mobilità partono in sede istituzionale con una batosta per i 450 addetti del call center People Care di Guasticce: niente proroga di sei mesi, rischio concreto di chiusura già a fine maggio e senza nessun paracadute tipo cassa integrazione

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GUASTICCE. È ormai a un passo dal baratro la situazione del call center People Care di Guasticce: una minaccia che pesa sul destino dei 450 addetti, 350 dei quali a tempo indeterminato più un centinaio di precari. Dal punto di vista occupazionale è una sberla ancor più pesante di quella della chiusura di una grande fabbrica come la Trw: la fine di una delle principali realtà del lavoro privato del nostro territorio. Non è tutto: per capire di quale choc si tratta, basti pensare che «non esiste né cassa integrazione né altri paracadute, ti dànno una pedata ed eccoti sbattuto in mezzo a una strada», come racconta una lavoratrice, una delle tante in una galassia di part time soprattutto femminile.

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Non è bastata neanche la spinta del viceministro Claudio De Vincenti per avere almeno sei mesi di tempo in più. Si è chiuso lo spiraglio che era stato conquistato nel doppio round di gennaio al tavolo del ministero dello sviluppo economico: dopo il tira e molla era saltata fuori la disponibilità di Seat – di fatto l’unico committente del call center situato nelle aree ex Cmf – a valutare la possibilità di un periodo extra del contratto così da dare a People Care un po’ di fiato e cercare altri clienti.

«Vanno in fumo anche i sei mesi di proroga», grida il comunicato firmata dalla Rsu in tandem con le organizzazioni di categoria tanto Cgil Cisl Uil che Cobas. La doccia fredda è arriva «in concomitanza con l’avvio della procedura di mobilità in sede istituzionale». E se, da un lato, «contiamo i pochi giorni che ci separano da una fine annunciata che non accettiamo», dall’altro, il fronte sindacale mette in moto la mobilitazione dei lavoratori chiamando a raccolta «tutte le istituzioni locali del territorio livornese e toscano, la cittadinanza di Livorno e di Collesalvetti, il prefetto»...

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«È come se la trattativa fra le due società non fosse mai neppure iniziata: fra Seat e People Care solo un po’ di teatrino», dice Valentina Luperini, sindacalista di base e esponente Rsu. Risultato: Seat «non ha mosso un passo», People Care ha fatto un’offerta economica ma la controparte «ha chiesto uno sconto del 40%» e alla fin fine «anche il ministero non è andato oltre il minimo indispensabile». In concreto: niente proroga e a fine maggio si spegne la luce ed è tutto finito.

Non era un fulmine a ciel sereno. Negli ultimi cinque anni la Seat, ex gallina dalle uova d’oro di Piazza Affari, è diventata un caso da manuale per come ha visto squagliarsi come neve al sole tanto il proprio business (gli elenchi telefonici) quanto il valore di Borsa: figurarsi che oggi ci vogliono quattro azioni per fare un centesimo di euro. Esattamente tre anni fa valevano duemila volte di più e all’inizio del decennio la quotazione era sui 15-18 euro, cioè cinque-seimila volte più di adesso.

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People Care ha avuto in affidamento (fino a fine maggio) da Seat Pagine Gialle i servizi “12.40” e “89.24.24” ma – denunciano i sindacati – «ha utilizzato la professionalità degli operatori livornesi per consolidare clienti come Findomestic e poi li ha sfilati al call center di Guasticce e se li è portati a Torino nella casa-madre Contacta». Insomma, mentre si avvicinava la scadenza del contratto di Seat (e con Seat in gravissime difficoltà), «ha fatto sì che la struttura di Guasticce avesse in mano praticamente solo quel contratto, e dunque in condizioni di estrema debolezza», avverte Filippo Bellandi, dirigente di marca Cgil.

Ma il mercato dei call center esiste ancora o no? In realtà, – ricorda Omar Franconi (Cobas) – c’è tutta una fase dell’assistenza post-vendita che le fabbriche hanno bisogno di affidare ai call center. Però è una committenza alquanto volatile che spesso finisce nell’Est Europa a caccia di un costo del lavoro il più vicino possibile a zero: «colpa soprattutto dell’assenza di un minimo di regole. ed è quello che avevamo chiesto al governo, ma finora inutilmente».

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Il nuovo round sarà il 13: in campo la Provincia per cercare di riportare la vertenza sotto gli occhi del ministero dello sviluppo. Ma la strada è tutta in salita, e pericolosamente non c’è il guardrail prima del precipizio. Anche perché – confida un lavoratore – «a questo punto viene a mancare anche il fattore tempo: noi lavoratori ci sentiamo abbandonati dall’azienda. E anche un po’ invisibili: siamo un call center, cioè un po’ un Ufo, anziché una fabbrica».

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