Il Tirreno

Livorno

«Ho il cuore infranto per la morte di mio figlio»

di Cristiano Marcacci
«Ho il cuore infranto per la morte di mio figlio»

Francesco Vezzani, sub 38enne di San Miniato, annegò mentre lavorava nelle acque di Castiglioncello, domani in Tribunale la sentenza del processo

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LIVORNO. Da quel maledetto giorno non si è più ripresa. Da quando le dissero che il suo Francesco non c’era più e che da quella mattinata di lavoro sott’acqua non sarebbe più tornato, vive come sospesa in aria e ogni alito di vento la fa cadere.

In questi anni Giovanna Luciana, la madre di Francesco Vezzani, il trentottenne sub di San Miniato che il 23 febbraio 2012 annegò nel mare di Punta Righini (davanti a Castiglioncello) mentre stava eseguendo un lavoro di manutenzione a un ondametro, è stata ricoverata numerose volte.

La prima il giorno del funerale del figlio, quando fu colpita da un’ischemia. Domani, giorno del processo in tribunale a Livorno, vuole essere al fianco di suo marito Amadeo, ma per lei non sarà facile («Spesso – ci dice – mi vengono delle sincopi e c’è bisogno che mi portino al pronto soccorso»). Tra le carte presenti nel corposo fascicolo giudiziario c’è anche la perizia medico-legale eseguita sulla donna. Giovanna soffre di una malattia rarissima, che affligge una persona su 36.000. Si tratta della “sindrome tako-tsubo”, o del cuore infranto.

«In sostanza – ci spiega l’avvocato Sergio Martelli, il legale della famiglia Vezzani – è una disfunzione del ventricolo destro causata dagli eccessivi dolore e stress accumulati nel tempo». Un motivo in più, per babbo Amadeo e mamma Giovanni, per essersi costituiti parte civile al processo. Domattina è appunto in programma la prosecuzione dell’udienza preliminare e ci sarà con ogni probabilità la sentenza, dal momento che la difesa dell’unico imputato ha chiesto e ottenuto il giudizio abbreviato.

Sotto accusa per omicidio colposo è Michele Grassi, originario di Milano e residente a Forte dei Marmi, legale rappresentante della “40 South Energy”, l’azienda inglese con sede anche a Pisa per la quale lavorava il sub sanminiatese.

Per i genitori di Francesco Vezzani l’eventuale risarcimento del danno subìto è secondario. Avrebbero voluto che in un’aula di giustizia fosse stato ricostruito l’incidente sul lavoro di quella mattina e che fossero emerse chiaramente le responsabilità.

«Sulla base delle perizie eseguite dal consulente della procura – afferma l’avvocato Martelli – è stato appurato che la maschera facciale in dotazione al Vezzani non era perfettamente funzionante, in quanto già a venti metri di profondità nel respiratore si era registrato un accumulo anomalo di anidride carbonica. In quel momento, con ogni probabilità, il Vezzani accusò i primi accenni di sbandamento, perdita di conoscenza e difficoltà respiratorie, ma spinto dall’esigenza di terminare il lavoro oppure (questo aspetto non è stato mai chiarito) dal dover raccogliere un attrezzo che gli era scivolato, andò ancora più in profondità, fino a raggiungere 34 metri. Qui, si sentì talmente male che si tolse il facciale per afferrare l’erogatore di riserva, ma non ce la fece e precipitò sul fondo, a 46 metri, dove fu poi trovato, ormai privo di vita, dal compagno di lavoro».

L’altro aspetto dell’incidente che costò la vita a Vezzani rimasto sempre oscuro è relativo proprio alla compagine allestita dall’azienda per quell’intervento sott’acqua. «Com’è riportato nel capo d’imputazione – conferma l’avvocato – fu da subito evidente l’anomalia del fatto che quel tipo di lavoro venisse eseguito solamente da due persone, contrariamente a quanto previsto dalla normativa europea».

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