Il Tirreno

Livorno

L'ANALISI

Da giornata di lotta a ribotta

Cristiana Grasso
Da giornata di lotta a ribotta

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Una pizzeria e i suoi simpatici proprietari, una donna e un uomo, fanno più chiarezza sull’8 marzo di quanta ne abbiano fatta decenni di dibattiti, tonnellate di mimose, spogliarelli maschili e manifestazioni politiche. L’8 marzo non è una festa e loro si rifiutano di aprire il loro locale per accogliere gruppi di signore taccate e truccate che non sanno nemmeno perché in questa serata di fine inverno e quasi primavera il calendario (quello vero? quello fasullo delle ricorrenze di plastica e baci perugina?) suggerisce di “divertirsi tra noi”.

Che poi noi starebbe per “noi donne”. Però nell’ambiguità che anno dopo anno si è ingoiata questa data, non c’è più nemmeno la celebrazione del gineceo. Perché dopo cena spesso la serata diventa mista, in discoteca, in un pub. O magari con lo spogliarellista di fronte al quale manifestare un’eccitazione posticcia, tanto per imitare, anziché criticare, certi patetici entusiasmi maschili. E vaglielo a dire a queste donne che non c’è niente da festeggiare, che come dicevano le femministe (qualcuna di oro prova a dirlo ancora) l’8 marzo “non è una festa ma una giornata di lotta”.

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Eppure come giornata di lotta nasce, un secolo fa. Pare che non c’entri niente l’incendio che costò la vita a tante operaie, ma di certo non è stata inventata per ammorbare l’aria di odor di mimosa, abbuffarsi con i menù a tema (spaghettini all’amazzone, pollo alla diavolessa) e scimmiottare gli uomini fingendo di sbavare intorno a un maschione in perizoma. Come le tante giornate internazionali (dei diritti dell’infanzia, delle persone disabili...) dovrebbe essere quindi un’occasione di riflessione, di studio della condizione femminile in tutto il mondo. Di lotta anche.

Ma suona male, sa di vecchio e di slogan e vaglielo a dire a quelle che l’8 marzo vogliono far ribotta... Loro ti risponderanno che mica si può sempre pensare alle cose serie e poi per cosa ci sarà mai da lottare che ormai i maschi lavano anche i piatti. Parole contro parole, e intanto le vetrine si riempiono di cioccolatini con il nastro giallo (giallo mimosa...), gioiellini per lei (che poi i gioiellini non sono quasi sempre per lei?), i parrucchieri e i centri estetici lanciano offerte speciali, e stai a vedere che ci scapppa anche il regalo.

 

Alina e Andrea, i ragazzi della pizzeria, hanno fatto prima: basta con le parole, che poco possono contro il conformismo, il business, la volgarità. E via con i fatti. Si chiude bottega e quel giorno almeno qui non si festeggia. Un piccolo gesto, anche un sacrificio (l’8 marzo non incasseranno un euro) ma che anche grazie al web diventa un atto eroico. Apprezzato e condiviso. E così, grazie alla coppia di pizzaioli, a tutti quelli che li ringraziano e li sostengono, che confessano di odiarla questa festa della donna, si scopre che basta poco, un’idea, un po’ di coraggio, per invertire la rotta.

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di Redazione web