Gioco
I lavoratori del porto bloccano le banchine
Venerdì 6 il maxi-sciopero che fermerà per una intera giornata tutti gli scali Ma a Livorno aggiunge ai temi caldi una patata bollente in più: il lavoro
LIVORNO. «Sulle banchine si fermerà tutto: non volerà nemmeno una zanzara. E non solo a Livorno ma in tutta Italia». Parola dei sindacati portuali che magari bisticceranno su mille cose ma su questo fanno quadrato: Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti chiamano i lavoratori dei porti a incrociare le braccia per 24 ore venerdì 6 marzo e per far metterci sopra il carico da undici aggiungono lo stop di 12 ore dei servizi tecnico-nautici.
È uno “scioperone” che resta confermato anche se in extremis il ministro Lupi ha messo nell’angolo la collega ministra Guidi e l’ha costretta a sfilare dal tavolo del consiglio dei ministri il capitolo porti della “lenzuolata” di liberalizzazioni in agenda con il provvedimento sulla concorrenza messo sulla rampa di lancio per i prossimi giorni.
I sindacati avevano messo nel mirino il provvedimento perché, a loro giudizio, avrebbe aperto sulle banchine una stagione da spaghetti-western: deregolamentazione selvaggia e quel poco che resta applicato un po’ così, in modo neanche tanto rigoroso. Del resto, a mette in guardia dal rischio di un «Far West all’italiana» non erano stati pericolosi sovversivi del sindacalismo più radicale bensì i ricercatori dell’Isfort, istituto di ricerca del settore.
Dal mare – raccontano i sindacalisti – arrivano navi che spesso hanno bandiere in stati-fantasma e equipaggi reclutati fra i più poveri al mondo: quali diritti volete che abbiano? A terra la merce esce dal porto con la rete dell’autotrasporto, talvolta fatta da aziende che costringono i loro lavoratori (anche italiani) a licenziarsi in Italia per essere riassunti in un qualche Paese dell’Est Europa con salari e diritti ridotti al lumicino. «E in mezzo ci siamo noi lavoratori dei porti: questa “cura” adesso vogliono riservarla a noi».
«Ma guardate – aggiunge Simone Angella, responsabile porti Filt Cgil – che a finire triturati in quest’ingranaggio perverso non sarebbero solo i lavoratori: vogliamo mettere sullo stesso piano imprese che fanno investimenti e società con 10.000 euro di capitale sociale?».
Angella conferma il mancato “decollo” della parte che nel provvedimento sulla concorrenza riguarda la portualità. «È però solo uno stralcio, – avverte – non ci fa dormire sonni tranquilli il fatto che il ministro dedichi energie all’aggregazione di Autorità portuali o alla selezione degli investimenti fra le grandi infrastrutture. Ma perché finora la questione del lavoro sulle banchine resta un Ufo?». È come se si lasciasse un capitolo in bianco – questo il timore dei sindacati – da riempire poi con un blitz. Magari ripescando buona parte delle idee del ddl concorrenza, ritirate solo per motivi tattici e di rapporti fra ministeri, «ma mai sconfessate».
A dar fuoco alle polveri dei sospetti è il fatto che, sul fronte della riforma portuale, il ministero nega che vi siano materiali sui quali aprire il confronto con il sindacato, dicono dallo stato maggiore Cgil. «Poi invece – sottolinea Angella – da quegli stessi uffici, in vista degli “stati maggiori della portualità”, sono spuntate pagine e pagine di testi».
«Non si vuol capire che l’elemento lavoro è fondamentale nell’efficienza della catena logistica», ribadisce il dirigente Cgil: «Le imprese lo sanno talmente bene che questo è uno dei pochissimi settori in cui il contratto viene rinnovato prima che scada. L’esempio viene dal Nord Europa: ben più alti che da noi sia i salari che le tariffe, ma tutto è ripagato dall’efficienza del sistema. Smettiamola di pensare che la competitività si fa solo massacrando diritti e buste paga di chi sta sulle banchine».
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