Il Tirreno

Livorno

Orgogliosi del nostro Luciano

Alessandro Guarducci

Il Tirreno è stato un punto d’arrivo professionale: poteva raccontare le sue storie a tutta la città

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Il "nostro" Luciano non l'avrebbe proprio voluto. Così come il suo e nostro amico Renzo (Marmugi), compagno di tante trasferte baskettare, fuggiva dalla retorica come dalla peste: sfottevano già in vita chi "pensa di farti diventare un torneo", nel senso del tradizionale omaggio degli amici al caro estinto in forma di memorial con un trofeo sportivo. Eppure c'è un sussulto d'orgoglio nell'averlo avuto qui fra noi al Tirreno come collega e come "compagno di banco", fianco a fianco nella quotidianità della cronaca che devi guardare in faccia anche quando non ti piace neanche un po', anche quando fai fatica, anche quando chissà cosa ma tocca a te raccontarla.

A Luciano non sarebbe piaciuto affatto esser trattato come una primadonna: il cronista ha da raccontare, non da raccontarsi. Al punto che lui, interista sfegatato, quando i nerazzurri giocavano al "Picchi" evitava perfino di farsi fotografare con i campioni che pure amava e al massimo scattava le foto a qualche collega che non sapeva rinunciare a una manciata di secondi di celebrità pallonara. Questo era Luciano, sempre in prima linea, mai in prima fila.

Già, perchè i riflettori sulle esistenze altrui non li puntava con il gelido tecnicismo di chi fa un mestiere e deve portarsi a casa quelle trenta righe tanto per svoltare la giornata e chi se ne frega.

Al contrario, gliene importava di tutti. Anzi, di tutto: nel senso di una curiosità vorace declinabile fra sport, nera, sindacale, giudiziaria, politica e magari spettacoli. E di tutti: nel senso che il suo essere di sinistra (e pacifista sempre e comunque) era coniugato con l'idea che le ragioni dei vinti fossero più interessanti di quelle dei vincitori; che non si potesse "essere felici se non in due", come avrebbe detto Gaber, cioè uscendo dalla prigionia del proprio individualismo per provare a costruire una qualche forma di "noi".

Siamo orgogliosi noi del Tirreno perché l'abbiamo visto arrivare tanti anni fa come se questo fosse il punto di arrivo di una parabola professionale inconsueta perché plurale come nessuno mai: non ha eguali nel panorama dell'informazione locale il fatto che un giornalista abbia lavorato per radio, tv, web, uffici stampa, carta stampata (e per una serie di differenti aziende editoriali). Non solo: che abbia spaziato dai gol di Protti ai processi per omicidio, dai gozzi del Borgo alle primarie del Pd, dallo scudetto mancato di Fantozzi alle inchieste sulle logge deviate o all'ultimo dossier ecologista.

E, sia chiaro, mica con un fritto misto di dilettantismo: le radici di professionalità e precisione erano in quell'agenda di numeri telefonici che sembrava infinita. Soprattutto perché insieme alle figure in plancia di comando conosceva anche quelli che stavano in sala macchine o in fondo alle stive. E l'approdo al Tirreno, il giornale della sua e della nostra città, aveva rappresentato per Luciano un traguardo significativo perché tanto atteso: la redazione di viale Alfieri era diventata la sua seconda casa a cui dedicava passione e amore . Orgoglioso lui, finalmente un giornalista del Tirreno, e orgogliosi noi.

Sì, orgogliosi, perché Luciano aveva scelto di non rinchiudersi nella nicchia di quanti avrebbero potuto fargli da specchio e conservare le certezze inox. Dalle pagine del Tirreno aveva scelto di rivolgersi al grande pubblico che era la sua Livorno, tutta intera. Senza intenti missionari ma con una missione: raccontare storie che altrimenti resterebbero invisibili. Invisibili perché appartengono alla tribù di chi sta ai margini, invisibili perché il re non ha nessuna voglia di farsi vedere nudo.

Quindi, caro Luciano, crediamo sia giusto che ti sia stato dedicato un premio. E che questo sia andato anche a due nostri giornalisti - il tuo "fratello" Mauro Zucchelli e la caparbia Giulia Mancini - che con impegno stanno proseguendo il tuo lavoro. Orgogliosi di te. Per sempre .
 

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