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Il commento - Basta con le rendite torniamo alla legalità
Un terzo delle cave dove si estrae il marmo più prezioso considerate private sulla base di un editto del 1751; tutte le cave di Carrara, a parte pochissime eccezioni, senza concessione ma solo “autorizzate”. E ancora: un folto gruppo di aziende del settore al centro di un’inchiesta della procura per evasione fiscale. Non è finita: l’intera giunta comunale, compreso il sindaco, più i rappresentanti delle imprese (ma non Assindustria) con la spada di Damocle di una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio: l’accusa è di essersi messi d’accordo per tenere basse le tasse sull’escavato, a tutto vantaggio degli imprenditori e a tutto detrimento della città, che sta morendo schiacciata dai mutui per costruire la via dei marmi. Benvenuti a Carrara, vero snodo strategico di tutta la partita delle cave e della Toscana dall’alto del suo milione di tonnellate l’anno di blocchi di marmo ornamentale escavati.
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È qui che nascono le enormi ricchezze di una quindicina di famiglie che riescono a piazzare i loro blocchi migliori anche a 3-4.000 euro la tonnellata. La famiglia Bin Laden è qui che ha fatto un investimento di 45 milioni per acquistare metà della società che ha le “concessioni” su alcune delle cave più belle delle Apuane ed è partecipata con le tre storiche cooperative di escavazione diventate, dopo il fallimento del colosso Imeg, a loro volta comproprietarie.
Proprio il presidente della più importante delle coop, Anselmo Ricci di Gioia, nell’intervista di ieri al Tirreno è andato al nocciolo della questione: siamo pronti, ha detto - parlando di fatto a nome di tutti gli imprenditori carraresi - a pagare le tasse piene anche sulla nostra quota di beni estimati, ma faremo di tutto per non rinunciare alla loro “proprietà”.
Eppure, una sentenza della Corte Costituzionale del 1995 (concessioni temporanee e onerose), e una serie di pareri giuridici illustri (l’ultimo dell’Università di Roma, chiesto dalla Regione) spiegano ampiamente che la duchessa di Massa, Principessa di Carrara e Principessa Ereditaria di Modena, Maria Teresa Cybo Malaspina, nel 1751 non poteva (non era l’imperatrice) e quasi sicuramente neppure voleva concedere quegli agri marmiferi in proprietà. Quindi, il Comune può procedere a integrare il proprio regolamento comunale e assoggettare anche quelle cave al canone di concessione, che oggi non pagano perché appunto considerate private (il mancato introito è di circa quattro milioni di euro l'anno). Tutte le cave, pubbliche o private, sono soggette invece al canone legato alla legge regionale 78-98, quella in fase di rinnovo attualmente da parte del consiglio regionale: il 5 per cento del valore medio attribuito dal Comune all’escavato, per la verità lontano dai valori reali.
Le concessioni in essere sono di fatto tutte scadute, tranne pochissime eccezioni rinnovate negli ultimi anni, perché basate sulle Legge Estensi spazzate via dalla Corte costituzionale del 1995.
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Per rinnovare le concessioni, il sindaco sta dicendo da anni che vuole procedere di pari passo con la Regione: come ha detto ieri Enrico Rossi, saranno a tempo, anzi, a tempo crescente per chi garantisce la lavorazione in loco e non il “mordi e fuggi”. Così, la revisione della 78-98 dovrà fare da “ombrello giuridico” all’amministrazione carrarese sia per rinnovare le concessioni che per riportare nel patrimonio comunale, e quindi nella piena tassazione generale, i beni estimati. Ma perché gli industriali si oppongono alla rinuncia dei beni estimati-beni privati e, di fatto, non sollecitano le concessioni sugli altri agri marmiferi comunali? Semplice: perché una volta che saranno concessionari, quelle concessioni potranno-dovranno andare all'asta, e questo è il loro terrore: rinunciare a un business unico al mondo, redditizio in un modo ben lontano da quanto certificato dalla mite tassazione imposta dal Comune come testimonia l’inchiesta del nero alle cave. Carrara potrebbe diventare - finalmente - una città florida. Ma il cammino si preannuncia lungo e accidentato.
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