Gioco
Chiude il cantiere nautico che salvò il glicine
L’appello dei proprietari: non ce la facciamo a rientrare dell’investimento, a fine mese ci arrendiamo
LIVORNO. Ricordate lo storico glicine sotto gli scali Manzoni?
Nel febbraio scorso la maestosa rampicante nata oltre mezzo secolo fa a ridosso dei fossi rischiò di essere abbattuta. Grazie all'interessamento del Tirreno e alla successiva mobilitazione dei cittadini, la rimozione fu scongiurata, e il glicine fu soltanto potato.
In quell'occasione, a dare l'allarme e a innescare la reazione dei livornesi furono Giulio Pietra Caprina e Diego Bertocchini, titolari della “Sempre a Galla Snc”, ditta che si occupa di riparazione di imbarcazioni. Ma la loro storia, a differenza di quella del glicine che hanno contribuito a salvare, non ha un lieto fine. A un anno di distanza da quell'episodio, Giulio e Diego alzano bandiera bianca e chiudono la loro attività.
I due soci, diventati i simboli della lotta per la rampicante che ancora oggi sovrasta la loro cantina, raccontano al Tirreno il progetto iniziato con tante speranze e finito male. Tutto comincia nel 2010: Giulio e Dario, rispettivamente 36 e 35 anni, amici da una vita, hanno alle spalle storie diverse, ma un destino comune.
Entrambi, dopo una serie di lavori (Dario come sommozzatore specializzato, Giulio nel campo dell'informatica e della ristorazione) si ritrovano disoccupati. Così cercano una svolta insieme.
«Il mare - spiega Giulio - è la nostra grande passione. Avevamo fatto molti lavoretti alle barche di amici, così pensammo a un'attività per riparare le imbarcazioni».
Detto, fatto: l'apertura della “Sempre a Galla Snc” avviene nel 2011. Ma c'è subito un intoppo. «Con questo mestiere - continua Giulio - si guadagna molto, ma in pochi mesi: in primavera e a inizio estate, quando c'è la maggiore richiesta di riparazioni sulle barche. Purtroppo, quando abbiamo stipulato il contratto di affitto, ci sono stati dei ritardi, e abbiamo aperto ad agosto, perdendo di fatto le commesse del primo anno».
I due amici non si abbattono, e richiedono un finanziamento perché la cantina sugli scali Manzoni va sistemata: «Era ridotta male: non c'era neanche il pavimento. Abbiamo costruito il portone, l'impianto elettrico, il bagno e un piccolo ufficio. Eravamo convinti di rientrare anno per anno dall'investimento. Ma abbiamo fatto male i conti».
I costi iniziali sono molto alti, e il guadagno della stagione lavorativa non permette di compensare le spese in uscita.
Così, dopo attente riflessioni, arriva la sofferta decisione: mettere in vendita l'attività. «Peraltro - sottolinea Giulio - a una cifra irrisoria in rapporto all'investimento fatto. L'eventuale interessato si ritroverebbe una cantina pronta per lavorare fin dal primo giorno, pagando solo l'affitto».
Ma visti i tempi difficili, di trattative reali ce ne sono state ben poche. «Molti interessati, ma pochi decisi fino in fondo - chiosano - Avevamo trovato un accordo con una persona, che dopo due mesi di trattative ci ha rivelato di non avere soldi ed è sparito nel nulla. Ora o troviamo qualcuno entro la fine del mese, o restituiremo le chiavi del fondo e per noi la perdita sarà enorme».
Il paradosso è che i clienti, nel frattempo, sono aumentati anno dopo anno. «Siamo sicuri che di questo passo, prima o poi, saremmo rientrati dall'investimento andando in attivo. Il problema è che non sappiamo quando, e non ci sentiamo di chiedere un prestito. La chiusura - conclude mestamente Giulio - sarà un bagno di sangue, ma almeno fermiamo l'emorragia prima che sia troppo tardi».
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