Il Tirreno

Livorno

Costa concordia

Schettino se la cava con 16 anni. Il racconto dei nostri inviati al processo Concordia

di Pierluigi Sposato e Alfredo Faetti

Negato l’arresto dell'ex comandante della Costa Concordia, interdetto dal comando: «Abbandonò la nave»

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GROSSETO. Non ventisei ma 16 anni. E non arresto ma libertà. Non si sa se Francesco Schettino ne gioisce o no, visto che lui non era presente, piegato dall’influenza. Non si sa se questa era la «quota» di responsabilità che il comandante ammetteva di avere. Non si sa se era questo il risultato che sperava di avere quando aveva deciso di affrontare il processo, per «metterci la faccia». Non si sa. Ma una cosa pare certa: non gli ha fatto piacere che gli sia rimasta sul capo l’accusa più infamante per un uomo di mare, quella dell’abbandono della nave. «Combatterò sempre per dimostrare che io non ho abbandonato la Costa Concordia - dice nella notte, dopo la condanna - Sono deluso». Restano per ora quelle righe messe nere su bianco, da integrare con le motivazioni che saranno depositate entro tre mesi. I giudici hanno riconosciuto come sussistenti tutti i capi di imputazione ma per ciascuno hanno abbassato le richieste. E hanno detto no alla Procura che voleva mettere in carcere il comandante, ritenendo possibile il pericolo di fuga. Lui - a dispetto da quanto annunciato - non c’era alla lettura della sentenza (il presidente Puliatti ha impiegato 40’, dalle 19.59 alle 20.39), ammalato, aggravatosi dopo la mattina in cui aveva letto le dichiarazioni spontanee fermandosi con le lacrime agli occhi e un groppo in gola quando aveva ricordato alcuni naufraghi che aveva ricevuto a casa sua, a Meta di Sorrento.

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I calcoli. Francesco Schettino dovrà scontare 16 anni di reclusione e 1 mese di arresto per il naufragio della Concordia del 13 gennaio 2012 sullo scoglio della Gabbianara, quello da 32 morti e 157 tra feriti e traumatizzati, come deciso dai giudici al termine di una camera di consiglio durata 8 ore, svoltasi tra il teatro e il Tribunale, poi di nuovo al teatro, al termine della 70ª udienza, quella in cui si sono consumati gli ultimi accesi confronti tra le parti: chiusura dell’intervento del responsabile civile, ultimo appello per i due difensori. Non i 14 anni chiesti per gli omicidi colposi ma 10, con il riconoscimento del concorso formale ma con l'esclusione dell’aggravante della colpa cosciente (cioè la previsione dell’evento). Non 9 anni per il naufragio ma 5, qui invece con il riconoscimento della colpa cosciente ma (come aveva del resto chiesto la Procura) senza l'aggravante dell'articolo 1122 del Codice della navigazione. Non 3 anni ma 1 con il riconoscimento della continuazione tra l'abbandono della nave e (più grave) l'abbandono di persone incapaci. Un mese e non 3, infine, per le quattro false comunicazioni all'autorità marittima (le chiamate Vhf contestate sono delle 22.01, 22.07, 22.07 e 22.26), contravvenzioni unificate.

Interdetto dal comando. Ci sono anche le statuizioni accessorie: Schettino è stato dichiarato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, per 5 anni dalla professione di comandante ed è sottoposto all'interdizione legale per il periodo di esecuzione della pena. Infine, il comandante è stato interdetto dalla professione di comandante per 4 mesi.

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No al carcere. Perché respingere la richiesta di carcere per Schettino avanzata dalla Procura per una persona che aveva mentito, era mancato a più udienze, aveva cercato di sviare l’attenzione sugli altri, non aveva ammesso le proprie responsabilità? I giudici hanno ritenuto che «l’inaffidabilità non appare significativa di una propensione alla fuga»; che il mistificare e scaricare colpe su altri non è indice univoco e «la scelta di sottoporsi a esame appare dimostrativa della volontà di continuare a difendersi nel processo»; che la navigazione di crociera prevede brevi soste nei porti che non implicano contatti stabili, tali da consentire all’imputato di appoggiarsi a qualcuno all’estero; che non basta «la pena significativa». E dunque «non sussistono altri elementi oltre alla pena inflitta», visto che l’accusa non ne ha offerti altri. Valutato positivamente il comportamento tenuto durante la custodia cautelare (l’obbligo di dimora a Meta) e quello processuale, il collegio ha concluso che «la possibilità di fuga è in astratto ammissibile ma non ha maggiore consistenza di quella opposta».

Attesa nell’agriturismo. Schettino ha passato il pomeriggio e la sera chiuso in camera, in un agriturismo. Stravolto dalla stanchezza, dallo stress dell'attesa della sentenza, dalle conseguenze dell'influenza. Non ha pranzato. Da solo, ha atteso lo scorrere delle ore, ha atteso che lo passasse a prendere il suo avvocato. Ha atteso anche l'iniezione. "Siringhe": così Francesco Schettino si è memorizzato sul cellulare dalla cover gialla il numero fisso di telefono della signora Santina, la signora che da tre giorni gli pratica le iniezioni di antibiotico indispensabili per combattere la febbre. Anche ieri pomeriggio Santina è andato a trovarlo all'agriturismo alle porte della città. Un buen ritiro scelto dal comandante già da qualche tempo, al riparo da curiosità. Sfogliando gli album di fotografie 10x15 impilati in ordine su un tavolo della sala bar compare anche l'immagine del comandante a fianco della proprietaria dell'agriturismo, nel porticato. Sorridono entrambi, ma del resto si tratta di foto di tempo fa, quando la sentenza non incombeva. Maniche corte, luce estiva. «Vado a vedere se il comandante può riceverla». La signora va, torna dopo qualche minuto. «Non ce la fa, è stravolto. Veramente non ce la fa». Aspetta l'iniezione. Ma nemmeno dopo ce la fa. Schettino, ma lei cosa intendeva dire quando interrotto dalle lacrime stava parlando dei naufraghi ricevuti a casa sua? Era questa la domanda che il cronista voleva porgere, dopo che il comandante aveva spiegato di non aver voluto esternare il suo dolore, di non aver voluto cospargersi pubblicamente il capo di cenere. Lui, in bilico tra la definizione di «incauto idiota» di un’accusa che non gli ha risparmiato niente, dal primo giorno, e quella di «uomo per bene» di una difesa che ha talvolta annaspato.

L’accusa. «Siamo soddisfatti» dice il pubblico ministero Maria Navarro subito dopo l’udienza. Lo dice con il sorriso sulle labbra, come fosse l’immediata risposta alle facce dubbiose dei giornalisti rimasti spiazzati dalle sue parole. Dieci anni in meno rispetto a quanto richiesto e la Procura è soddisfatta? «Sì, soddisfatti» ribadisce Navarro. «I giudici hanno deciso per un completo accoglimento del nostro impianto accusatorio confermando tutti i reati per l'imputato» spiega. I reati ravvisati dall’accusa sono stati confermati in blocco: è questo il senso del sorriso del pm. Dietro di lei ci sono anche gli altri due pubblici ministeri Alessandro Leopizzi e Stefano Pizza, che non parlano ma ci mettono la faccia. «Il pensiero mio e dei miei colleghi comunque va alle trentadue vittime e alle loro famiglie» continua Navarro, fuori dal Moderno. Dentro, invece, c’è ancora l’ex procuratore Francesco Verusio, a suo dire, «soddisfatto». Anche se sulle sue labbra non c’è l’ombra di un sorriso. «Non sono state riconosciute le aggravanti, ma il reato di abbandono nave sì».

La difesa. È proprio dall’abbandono nave che riprende Donato Laino, uno degli avvocati di Schettino. «Siamo rimasti abbastanza delusi: i giudici non hanno compreso le nostre posizioni. Quel reato non sussiste» dice. E anche qui i cronisti sono rimasti spiazzati: dieci anni meno e la difesa non è andata bene? «No, non è andata bene» continua il legale napoletano, già pronto a ribadire le sue posizione nel secondo round in appello. «Il film che ho chiesto di smontare, rimontare e rivedere non è andato in scena» conclude Laino. I giornalisti però lo incalzano: vogliono sapere dove si nasconde Schettino e se ha lo ha già sentito al telefono. Qualcuno gli chiede se il comandante considera 16 anni una pena severa e Laino tuona: «Certo che una pena severa, soprattutto considerando che abbiamo una pena molto più alta di quelle ricevute da altri che hanno condiviso la tragedia». Su tutti gli altri punti è Domenico Pepe, l’altro difensore di Schettino, a tornare alla carica. «Interroghiamoci perché sono morte quelle trentadue persone. Se per esempio avesse funzionato il generatore d'emergenza, che avrebbe consentito di far funzionare gli ascensori, queste 32 persone non sarebbero morte». E ancora: «È colpa del mio assistito se la nave ha sbandato troppo, se il generatore d'emergenza non ha funzionato, se gli ascensori si bloccarono, se gli oblò sono scoppiati accentuando l'inclinazione, se non hanno funzionato le porte stagne, se il tambuccio, lo sportello che separa la coperta era aperto e inondò i ponti superiori?». È Pepe ad annunciare ricorso in appello. Intanto però ha una botta d’orgoglio: «Le richieste dell’accusa escono fortemente ridimensionate. La Procura ha esibito i muscoli ma si è vista quasi dimezzare la pena: questo ci restituisce un po’ d’onore». Quindi lei è in parte soddisfatto? «No» risponde secco. È l’abbandono nave la parte della sentenza che non va giù agli avvocati difensori. Lo spiega con una ironia tagliente Laino: «manca un imputato, che doveva essere indagato meglio: la nave».

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