Italia
Le tartine di Torricelli e i giocattoli da Formichini, c’era una volta la strada dei balocchi
Livorno, le file davanti ai cinema, i bar eleganti e quelli malfamati, il primo supermercato. Quel chilometro di vetrine e insegne al neon che racchiudeva le promesse degli anni ’60 tra le scale mobili dell’Upim e il gelato a 50 lire
LIVORNO. Quanto è lungo un chilometro? Come via Grande rispondevano i nonni, approssimando un po’, magari mettendoci dentro, nel conto, anche piazza della Repubblica che per andare da Calamari a vedere il presepe gigante o a comprare la carta crespa per le recite bisognava pur attraversarla. La risposta si scolpiva nella memoria dei bambini degli anni Sessanta come quel chilometro di luci, colori, vetrine, di emozioni e sapori.
Trenta piccoli passi coi cappottini dal collo di velluto e le scarpine di vernice, con i calzettoni e i pantaloni al ginocchio, al trotto per mano ai genitori per ogni tappa della spettacolare corsa del boom economico formato provincia. E poi fermi incantati davanti alle vetrine giuste, quelle dove la sosta era obbligatoria per limitare capricci e ammutinamenti. Infantili ribellioni da addolcire magari con il cono invernale di Torricelli, all’angolo con piazza Guerrazzi: c’era la grande bilancia a colonna per pesarsi, il bancone sembrava altissimo, i grandi prendevano la tartina con l’aperitivo, i piccini appunto il cono invernale, una cialda a forma di cono con dentro la pasta di cioccolato al gianduia.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.10825718:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.10825718:1652417957/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Quel gusto lì non si dimentica nemmeno dopo mezzo secolo, prepotente torna in bocca magari passando davanti allo scaffale dei profumi che è proprio lì, dove prima c’erano le paste, i pasticcini e le piramidi di coni invernali. Da Ughi invece, qualche decina di metri più in là, gelato Carpigiani a tre gusti o cioccolata calda con la panna, dipendeva dalle stagioni che allora erano una cosa seria, altri sapori incisi nella memoria, 50 lire, 100 lire per strafare.
La mèta obbligata però era un’altra, il negozio di giocattoli che ha popolato i sogni di generazioni di ragazzini, Formichini.Quello storico, nella prima via Grande, vicino alla libreria Belforte (l’altro più moderno, nel tratto della strada che va al porto): macchinine a pedali e bambole Furga, fortini con i soldatini, l’odore di gomma e di gioco che faceva perdere il senso del tempo.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.10825736:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.10825736:1652417957/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Ci sarebbero stati tutto il pomeriggio i bambini davanti alle vetrine e nei corridoi di Formichini ma la passeggiata doveva continuare e c’erano ancora tante cose da fare e vedere. Per esempio gli abiti da sposa e da comunione. Sullo stesso lato della strada, sullo stesso marciapiede, i manichini sembravano statute e sfoggiavano nuvole bianche, mamme e figlie ci finivano sempre a dare uno sguardo. I salotti buoni e un tinello da fare invidia ai vicini si potevano invece sognare davanti al mobilificio Gigante Pini che quando era Natale faceva un albero che andava su verso il cielo e sembrava infinito.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.10825721:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.10825721:1652417957/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Sul marciapiede di fronte l’Upim con la scala mobile era già di per sé un lunapark, il primo grande magazzino della città: sembrava grande davvero, i bimbi si perdevano e si ritrovavano piangenti alla cassa centrale, “il piccolo Giovanni aspetta la mamma...” implorava l’altoparlante ed era un evento, un brivido di paura e di celebrità, a volte di vergogna. Accanto, all’angolo con via della Madonna, il trionfo del decoro piccolo borghese, gli abiti di Vittadello. E sotto il vestito, qualche negozio a ovest, c’era Tofani: biancheria che cercava di elevarsi a “intimo”, i casti busti tagliati a metà coscia in mutande appena sexy e reggiseno. All’angolo con via del Giglio invece ecco La Comba e il brivido dell’elettrodomestico che diventa indispensabile.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.10820223:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2015/02/08/news/tally-weijl-sotto-i-portici-un-altro-colosso-della-moda-1.10820223]]
Ma la prima via Grande era soprattutto terra di cinema. Il Moderno, il Grande ma soprattutto la Gran Guardia. Arrivò dal cielo Mary Poppins, nel 1964, e la fila di adulti e bambini occupavatutto il marciapiede, nascondeva la vetrina di Talmone, piccolo negozio di dolciumi, avvolgeva il carrettino dell’omino delle seme e dei chicchi. Accadeva ogni volta che c’è un film della Disney, poi con il passare degli anni è accaduto sempre più raramente.
Fino alla chiusura del cinema (di tutti quei cinema), all’arrivo di H&M e a quella fila per l’inaugurazione che neanche pallidamente ricordava quelle per le avventure della baby sitter volante, per la carica dei dalmata, per il povero Bambi.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.10825738:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.10825738:1652417957/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Piazza Grande, pietra miliare della metà di quel quasi-chilometro. Era il paradiso dei bar e degli aperitivi. Un bar per ogni angolo, il bellissimo Gambrinus dove ora c’è la gioielleria Galleni, le Giubbe Rosse al di là della piazza, il bar Sole il Dolly che sono incredibilmente ancora al loro posto e con il loro nome di sempre. Qui ci si poteva fermare per una spuma, per un occhio di bue e per la pizza c’era e c’è sempre Lilli. Bisognava invece tirar dritto e resistere alla tentazione di sbirciare dentro davanti ai “barracci” della seconda via Grande. Vetri oscurati, nomi di città americane, New York Bar, San Francisco oppure Trokadero. Se i bambini chiedevano perché lì non si poteva entrare per la spuma o l’occhio di bue i genitori facevano finta di non sentire o mormoravano una frase con la parola “donnacce” mimetizzata dentro.
Ma, anche se in quei bar in pochi mettevano piede, nella seconda via Grande si sentiva comunque più aria di porto, di futuro, di modernità. Certo, resistevano le montagne di rotoli di tessuti e quell’odore di stoffa su due piani da Kotzian (Benetton ha preso il suo posto...), resistevano le vetrine eleganti di Tanzini, ma spingeva l’era della grande distribuizione.
Nei palazzi più nuovi, quelli costruiti sulle macerie nei primissimi anni Sessanta, arrivò il primo supermercato. Si chiamava Smec e c’erano i carrelli e le casse in fondo. Cioè niente salumiere che ti vendeva il prosciutto e la carta al prezzo del prosciutto ma buste confezionate, niente “cosa ti do bella?” ma tutto già impacchettato.
Eravamo verso la metà dei Sessanta, la prima banderilla era stata conficcata nella schiena del piccolo commercio ma nessuno lo sapeva e l’euforia era troppo grande, si correva con quei carrelli con il seggiolino per i bambini che credevano di essere sulle giostre.
Un altro lunapark per i piccoli, un altro passo verso la certezza di far parte dell’Occidente ricco e americano per glia dulti. Lungo i marciapiedi la conferma che il futuro sorrideva anche alla provincia italiana: le automobili. Fiat, Alfa Romeo, Lancia. Pochi modelli stranieri, tante utilitarie, e un traffico che oggi appare inesistente ma che allora sembrava già caotico mentre le insegne al neon moltiplicavano l’effetto metropoli. Una festa di promesse, di luci. E nessuno poteva immaginare che piano piano si sarebbero spente quasi tutte, insieme al sapore del cono invernale, all’odore dei tessuti di Kotzian a quello di fumo, noccioline e acqua di colonia che aleggiava nel cinema immenso dove ogni volta che si spegneva la luce si accendeva un’emozione.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
