Il Tirreno

Livorno

Scelta Civica, addio Monti: altri due toscani con Renzi

di Stefano Bartoli
Scelta Civica, addio Monti: altri due toscani con Renzi

Ufficiale l'adesione al Partito democratico di cinque senatori, due deputati e un sottosegretarui. Il premier rafforza la maggioranza. Il senatore Andrea Marcucci sfiora l'ironia: "Bentornati a casa"

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«Il grande progetto di Mario Monti ha avuto un grande senso. Ma adesso ha esaurito la sua funzione». Poche parole,che potremmo comunque definire lapidarie, quelle di Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione del governo guidato da Matteo Renzi. Le ha pronunciate ieri mattina a margine dell’apertura dell’anno accademico dell’Università di Trieste e sembrano un “de profundis” per una formazione politica che, in realtà, non ha mai conquistato nel profondo il cuore degli elettori fermandosi, come dimostra il numero degli iscritti, ben al di sotto di quota quattromila. In ogni caso, lo strappo era maturo e, proprio nella giornata di ieri, ha portato all’esodo di cinque senatori e due deputati (nell’elenco, insieme alla Giannini, ci sono Gianluca Susta, Alessandro Maran, Linda Lanzillotta e Pietro Ichino per Palazzo Madama, Ilaria Borletti Buitoni e Irene Tinagli per Montecitorio), oltre al viceministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda.

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Un esodo che vede la Toscana grande protagonista: Stefania Giannini è lucchese, Irene Tinagli, economista di fama internazionale, arriva da Empoli, ma nel conto vanno messi anche lo scrittore fiorentino Edoardo Nesi, che lasciò il partito di Monti già nell’autunno del 2013 per sposare la causa di Matteo Renzi alla vigilia delle primarie del Partito democratico, e il livornese Andrea Romano, storico e giornalista, uscito pochi mesi fa 2014 per aderire al Gruppo Misto e passare infine nelle file dei Dem.

Decisione sofferta. Che qualcosa non andasse nella formazione politica di Monti, saldamente ancorata alla maggioranza di governo, ma dilaniata da scontri interni e soprattutto tra eletti e dirigenza, si era capito da tempo. Ma la decisione di coloro che hanno deciso il passaggio è stata indubbiamente sofferta, come testimoniano lo scarno commento del ministro Giannini e le parole intrise dall’emozione di Irene Tinagli che ieri sera, al termine di una giornata decisamente agitata dal punto di vista politico-parlamentare, ci ha spiegato un po’ la genesi di questo complicato passaggio. «Io ero molto legata a Scelta Civica ed ho fatto veramente di tutto per ridare un po’ di linfa a questo progetto - racconta -, soprattutto cercando di ricucire le varie componenti del partito. Poi ho dovuto prendere atto di questa crisi. Ed è lì che ho capito che il nostro ruolo sarebbe stato più incisivo all’interno del Partito Democratico». «Anzi, quello che adesso possiamo fare - prosegue - è aiutare il segretario Matteo Renzi a portare il partito in un’area più liberal-democratica, quella che aveva nel 2008: la nostra decisione è quindi un passaggio storico che, anche se qualcuno lo ha sottovalutato potrebbe cambiare i connotati stessi di questa formazione politica facendola appunto diventare una forza più liberal-democratica. Dico la verità, io avrei preferito dare il mio contributo al paese tramite Scelta Civica - aggiunge Tinagli -, ma ho dovuto prendere atto che non c’è questa possibilità. Adesso continueremo il nostro lavoro nel Pd, vista anche la coincidenza dei programmi politici a cominciare dalle parti che riguardano il lavoro».

Congresso zoppo. Tutto questo, nonostante che le intenzioni del gruppo degli “scissionisti” fossero già state ampiamente annunciate, rende il primo congresso della formazione di Mario Monti, in programma per domani al Centro Congressi “Roma Eventi”, nel cuore della Capitale, un appuntamento fortemente penalizzato. Due le mozioni che si confronteranno, quella del sottosegretario Enrico Zanetti e l’altra firmata dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, destinata a rimanere minoritaria. «Ho chiesto inutilmente una gestione collegiale», dice Della Vedova annunciando che la sua presenza sarà simbolica. Si tratta di un gesto di «rispetto» nei confronti di chi lo ha sostenuto dopo il quale lascerà anche lui il partito; a differenza dei colleghi, però, assicura che non entrerà nel Pd anche se è pronto a continuare a fare la sua parte al governo.

Dalla Toscana altri dolori. Ma Giannini e Tinagli non sono le uniche frecciate che arrivano al professor Monti dalla stessa regione di Renzi, il quale sembrae dedicarsi con sempre maggiore impegno nella sua campagna acquisti per blindare la maggioranza al Senato. Già il 23 ottobre del 2013 lo scrittore e deputato fiorentino Edoardo Nesi, nome “pesante” di una formazione ormai agonizzante, aderì al progetto politico di Renzi in vista delle primarie del Pd dello stesso anno. Simile il percorso di Andrea Romano, storico e giornalista di nascita livornese che esattamente un anno dopo, il 21 ottobre del 2014, passò al Gruppo Misto, ufficializzando in seguito la sua intenzione, ovvero il passaggio nelle file del Partito Democratico.

Formazione politica dalla quale non è sostanzialmente arrivata ieri alcuna reazione, ad eccezione di quella del senatore Andrea Marcucci, anche lui toscano: «Bentornati a casa ai cinque senatori di Scelta Civica - ha dichiarato - il Pd è in naturale punto di riferimento di tutti i riformisti. Si ricompone in questo modo la divisione del 2013 che ha portato comunque ad una stretta collaborazione con il governo Renzi. Mi auguro che la scelta di colleghi così autorevoli sia seguita da altri parlamentari, Il Pd è un partito aperto ed inclusivo». Anzi, come ha aggiunto su Twitter, «a vocazione maggioritaria».

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