Il Tirreno

Livorno

Auguri 103 volte all’anti-eroe che non si arrese al fascismo

di Mauro Zucchelli
Auguri 103 volte all’anti-eroe che non si arrese al fascismo

Ma dopo la Resistenza e la galera ( nel Ventennio e durante la “guerra fredda”) non si è messo in naftalina: le battaglie nell’associazionismo “rosso”. Anche ora

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LIVORNO. Sostiene l'anagrafe che il compleanno numero 103 è solo di Garibaldo. Ma chissà che sulla torta di compleanno le candeline non le abbia spente a metà con Osmana: del resto, è una vita che le cose le fanno in tandem. Quasi non ci sarebbe bisogno di indicare anche il cognome – per l'uno è Benifei, per l'altra è Benetti – perché questa coppia di anziani la conoscono tutti, ma proprio tutti: lui è la figura-simbolo dell'antifascismo livornese eppure lei non è stata affatto nell'ombra, anzi fin da prima di conoscerlo faceva la staffetta partigiana.

Non importa insistere sul cognome perché è già nel nome che sta scritto una scelta di vita che ne avrebbe contrassegnato l'esistenza in direzione ostinata e contraria.

IL DESTINO NEI NOMI

Garibaldo, quel nome l'ha ereditato dal padre, morto poche settimane prima che lui nascesse: nome da “camicia rossa”" e cuor di combattente in una famiglia perseguitata dalle squadracce e mandata via da Campiglia a suon di botte e aggressioni. Del resto, i suoi fratelli erano la raffigurazione familiare del modo d’esser plurale della sinistra: schedato (e martoriato) come anarchico un fratello, socialista l’altra. Ma Garibaldo seguirà invece il terzo, Eros, dirigente comunista: sulle sue orme trasformerà in scelta politica l’imprinting dell’avversione per i fascisti e quel che rappresentavano.

A Osmana, nata praticamente sotto l'albero di Natale nel '23, l'hanno praticamente appiccicato addosso stiracchiando il nome Osman (sultano-mito capostipite degli ottomani) sul quale si era intestardito il padre che avrebbe voluto un maschio: insomma, controcorrente fin dalla culla, non meravigliatevi poi se si è battuta per i diritti delle donne anche quando c'era da stirare le camicie ai compagni che facevano la Resistenza “davvero”.

In questa foresta di simboli ce n'è un altro forse ancor più significativo: l'incontro fra Osmana e Garibaldo arriva poche settimane prima che i partigiani e l'esercito entrino a Livorno dal Castellaccio per liberare i livornesi dai nazifascisti.

LE FEDI IN ACCIAIO INOX

Non solo: nel ’45, quel mercoledì di un gennaio da cani gli alleati sfondano nelle Ardenne ma le armate di Hitler riconquistano Sägmuhl, segno che la guerra non è affatto già vinta. Nella Livorno liberata, nella casa comunale che però è ancora Ardenza il neo-sindaco Furio Diaz li sposa: è il primo matrimonio civile in una città che è ancora macerie e miseria. Le fedi non le porta una damigella con gli occhioni da Pitti Bimbo bensì gli operai del Cantiere che l’hanno forgiate di persona in acciaio inox. E anche adesso che portano al dito sono state rimpiazzate da un anello d’oro, restano l’emblema di una scelta li ha accompagnati per la vita: da condividere non c’è stata solo una storia d’amore fra un lui e una lei, ma anche una certa idea del mondo e di cosa significhi starci con la schiena dritta.

Si potrebbe qui mettere in elenco i guai che Garibaldo ha avuto con la milizia e con la polizia del Duce. Come quando muore Costanzo Ciano e il regime vuol evitare che gli antifascisti combinino qualcosa che sfregi il lutto ufficiale: da chi vanno? «Me li aspettavo, lo sapevo che sarebbero venuti a cercarmi nella mia casa di via Sant’Andrea. Avevano l’ordine di portarmi ai Domenicani, solo che il carcere era lontano: sono stato forse l’unico detenuto che sia mai stato portato in galera sulla canna della bici del poliziotto». È un racconto da anti-eroe, con un po’ d’ironia livornese dietro gli occhi vispi d’un ragazzo di 103 anni.

Sembra saltar fuori dalle pagine di Fenoglio anche l’episodio – così umano, troppo umano – del maresciallo della questura che, mentre lo Stato fascista-sabaudo si sfascia l’8 settembre ’43, lo avverte dopo avergli dato la caccia per anni: Garibaldo, vattene perché vengono a arrestarti...

IN CELLA A 21 ANNI

Sì, l’elenco potrebbe metter nel conto anche il debutto in galera a 21 anni: gli avevano trovato in tasca volantini antifascisti e i questurini fascisti gli avevano dato una lezione a suon di cazzotti. In cella troverà un tipo socialista che diventerà il presidente più amato dagli italiani: Sandro Pertini.

Il bis qualche anno più tardi: l’Italia non è ancora in guerra ma il Tribunale speciale sì e gli sparano una sentenza a sette anni perché sovversivo.

Ma per Benifei il carcere non è mica finito con la fine del fascismo, come racconta la giovane studiosa Istoreco Margherita Paolucci (Istoreco). Nel ’48, con il Paese ripiombato in una guerra anche se “fredda”, ecco che gli arriva tra capo e collo da scontare una pena di tre mesi: farà tre giorni, poi sparirà in clandestinità per un anno prima che tutto si appiani. Colpa del blitz contro i dirigenti delle coop rosse con la scusa della violazione delle normative doganali per una questione di pacchi dono dagli Usa.

Già, perché la Garibaldo story non è mica finita nel freezer dopo la Liberazione. È un dirigente comunista di rango ma la sua parabola nella sinistra l’ha vissuta quasi tutta nelle organizzazioni esterne al partito: nel mondo Coop, ad esempio. Poi sul fronte della solidarietà: all’Eca e alla Svs. Nell’associazionismo: è stato fra i padri fondatori dell’Arci nel ’57 e nell’associazione dell’amicizia con i saharawi, il “popolo delle tendopoli”. Nell’antifascismo: all’Istituto storico della Resistenza (Istoreco) e nell’Anppia (perseguitati politici).

I RAGAZZI LO CONOSCONO

Però quest’omino dal fisico minuto non lo conoscono solo i reduci di quegli anni, ormai una sparuta pattuglia di anziani. E nemmeno lo conoscono solo le autorità, i dirigenti politici, le prime file delle istituzioni. Lo conoscono anche i ragazzi di seconda media, qualli che magari pensano che Eisenhower possa essere un buon playmaker per i Chicago Bulls al posto di Derrick Rose o s’immaginano Churchill come «quel tizio che suona il basso negli Arctic Monkeys».

Lo conoscono semplicemente perché lui è andato da loro. E non è stato lì come un nonno palloso che ti deve rifilare la predica di quand’era giovane lui, di cosa faceva lui, di quant’era eroico lui, uffa. Ma neanche li liscia per il verso del pelo come fosse un Orso Yoghi arrivato lì ad acchiappare la simpatia della platea.

Il problema è oggi, dirà lui durante una delle feste da icona centenaria della città. Non l’ha mai accettato di finire in naftalina a parlare di quando aveva trent’anni e stop, poi stattene buono a fare il santino. A cent’anni passati s’è messo in testa di dare battaglia perfino sui bidoni tossici caduti in mare dall’Eurocargo Venezia: d’altronde, un ragazzo di 103 anni può arrendersi e far finta di niente?

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