Il Tirreno

Livorno

Così l’ultra-periferia diventa un non-luogo

L’architetto Mauro Parigi: è un processo di sostituzione delle attività e nessuno lo governa

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LIVORNO. Il fast food non ama soltanto stare in centro lungo le vie dello shopping o dello struscio pomeridiano: anzi, al contarrio, forse predilige ancor di più infilarsi nei capannoni della periferia più estrema. «È lì che incrocia una sfilza di condizioni che calamitano la ristorazione veloce», dice Mauro Parigi, architetto e urbanista livornese, ex assessore a Pisa negli anni della giunta Floriani.

Quali condizioni? Quella basilare – spiega Parigi – è la disponibilità di spazio a basso costo, anche (e forse soprattutto) per il parcheggio: «È la velocità il requisito numero uno, e vale non solo sul fronte del mangiare ma anche del poter arrivare e parcheggiare senza peregrinazioni a caccia di un posto auto libero».

A differenza degli altri tipi di attività commerciale che hanno bisogno assoluto di stare insieme ad altri esercizi commerciali (perché lo shopping mica si fa nel deserto), la ristorazione veloce può starsene anche per conto proprio.

È per questo – aggiunge l’architetto – che, di fronte agli spazi liberati dalla crisi di altri settori o prodotti (come la vendita delle auto nella rete di concessionarie con superfici enormi), è difficile che la proprietà del fondo in dismissione sia in grado di dettare condizioni: quando un marchio di fast food bussa alla porta è una benedizione e basta, perché molte strutture hanno un mercato difficile proprio per le loro dimensioni.

C’è anche un altro aspetto che merita di essere sottolineato: difficilmente si tratta di ristoratori, diciamo così, “indipendenti”, quasi sempre è una catena con un marchio più o meno famoso. Il motivo? «Una attività in franchising o direttamente alle dipendenze della casa madre o della controllata nazionale – afferma Parigi – ha le spalle finanziarie più grande e l’avviamento commerciale già garantito dalla notorietà del marchio».

E come mai sono tutte all’ingresso nord della città anziché quello sud? L’architetto indica principalmente due motivi. L’uno: «L’estrema periferia nord ha in via Firenze l’asse viario sul quale confluisce sia il flusso di chi va verso (o arriva da) le banchine dei traghetti, quasi due milioni di passeggeri all’anno, sia un vasto bacino di luoghi di lavoro con migliaia e migliaia di lavoratori che nella pausa pranzo, invece di tornare a casa, si fermano fuori a mangiare un boccone. E un boccone che è sì veloce ma, al tempo stesso, ti dà quel minimo di comfort, una sedia e un tavolo, per permetterti di staccare un attimo». L’altro: dall’ingresso nord della città passa sia «il collegamento sempre più importante con Pisa» sia «lo spostamento del baricentro del cuore del porto verso settentrione».

Sono tutti tasselli di un puzzle che sta cambiando il “funzionamento” della città sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo, dice l’esperto: «C’è un processo di sostituzione: gli stessi spazi vengono riusati e passati da una attività all’altra, trasformando l’identikit di un territorio ma senza passare da nessun vaglio».

È il mercato, bellezza! Ma è una dinamica che sembra non avere una regia: almeno una regia che non siano gli ingranaggi automatici del mercato, della valorizzazione fondaria, del tentativo disperato di non restare schiacciati sotto gli oneri finanziario-immobiliari (o anche fiscali).

«Eccetto forse la zona di Massa e Carrara, e ho qualcdhe dubbio anche per quella – sostiene Parigi – non esiste in Toscana un territorio dove la crisi choc si sia fatta sentire come qui da noi». Ecco che il comandamento numero uno tanto per le proprietà private quanto per gli amministratori pubblici è evitare che restino lì i fantasmi di fabbricati in disuso perché la vecchia attività ha fatto patatrac e nessun’altra vi si è insediata. E gli spazi dell’ultra-periferia diventano non-spazi che nessuno ha mai pensato di organizzare, magari provando a strutturarne una identità. Quasifossero in una galassia a sé: come un autogrill formato kolossal, lungo tre chilometri, appena fuori porta.

Mauro Zucchelli

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