Gioco
Caro Garibaldo, 103 volte buon compleanno
Il 31 gennaio di 103 anni fa è nato Garibaldo Benifei, figura simbolo dell'antifascismo livornese. Il sindaco Nogarin gli va a fare gli auguri a nome di tutta la città
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LIVORNO. A distanza di 103 anni da quel 31 gennaio – così lontano che non era ancora scoppiata neppure la prima guerra mondiale e le auto sembravano una bizzarria da ricchi – Garibaldo Benifei ha ancora lo spirito di ragazzo di allora. Nel giorno del suo compleanno il sindaco Filippo Nogarin va a rendergli omaggio per fargli gli auguri e regalargli una scatola di cioccolatini: negli anni precedenti erano stati amministratori di altro colore politico, come ad esempio Alessandro Cosimi, a tributargli il grazie della città (basti pensare al fatto che nel 2007 gli è stata conferita la Livornina, la più alta onorificenza in casa labronica). Segno che, qualunque sia la coalizione al governo, questo grande vecchio dalla corporatura minuta e dallo sguardo vivace viene riconosciuto come l’icona dell’antifascismo targato Livorno.
Del resto, era destino: il suo nome Garibaldo l’ha ereditato dal padre morto poche settimane prima che nascesse. Quasi a dire che gli anti-eroi dell’antifascismo hanno vita dura fin dalla culla. Non l’aveva messo in preventivo di fare lo slalom fra clandestinità, botte degli squadristi, tribunale speciale, galera (insieme a tipi come Pertini). E non aveva messo in preventivo neanche che l’altra metà della vita l’avrebbe dedicata a raccontare ai ragazzi di sé ragazzo: già, perché non avete idea di quanti fra gli under 18 conoscano quell’omino apparentemente così fragile che anche a 103 anni non rinuncia a rendere testimonianza. Lo conoscono perché va nelle scuole a spiegare: come un nonno che non gigioneggia, anzi ha l’autorevolezza di star lì a tu per tu con adolescenti che farebbero scappare la pazienza a un santo.
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Ad esempio, lui ha da raccontare che a 12 anni se ne andava a fare il portantino alla vetreria Rinaldi anche se l’aria intorno ai vetri caldissimi ti toglieva il respiro, poi a fare il garzone in bar tipo il Bizzi di via Solferino o il Bristol di piazza Cavour: è proprio in quest’ultimo, frequentato dai gerarchi del regime, che gli salta fuori l’avversione ai fascisti. Racconterà magari di quando non aveva neppure vent’anni ed era già in clandestinità come comunista, proprio come il fratello Eros. Racconterà di quanto si arrabbiarono i fascisti del feudo dei Ciano, quando il funerale del facchino Mario Camici si trasforma in una specie di strano corteo antifascista con migliaia di persone: figuriamoci se non gliel’avrebbero fatta pagare, tempo due mesi e le squadracce lo sbriciolano di botte. Giusto un intermezzo prima della nuova condanna a sette anni.
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Ma Garibaldo non sarebbe Garibaldo senza Osmana. Osmana Benetti, la compagna di vita e d’avventura: anche lei partigiana, anche lei comunista. Con loro due debutteranno le nozze civili in Comune nella Livorno che finalmente aveva riconquistato la democrazia e forse anche la possibilità di amarsi e sognare una vita in due. Le fedi? Ci pensarono gli operai del Cantiere.
Il resto è una lunga storia con il cuore a sinistra. Gli hanno affidato la presidenza onoraria dell’Istituto storico della Resistenza e della Società Contemporanea. E poi il movimento cooperativo, la fondazione dell’Arci alla fine degli anni cinquanta, l’impegno nella solidarietà prima nell’Eca e poi per i bambini saharawi, la Svs Pubblica Assistenza e l’associazione dei perseguitati politici antifascisti.
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