Gioco
«I cani erano fissi nel piazzale, usati per fare la guardia»
Sbranato dal branco, un ex dipendente della ditta di Di Leo in aula: «Lo diceva a noi dipendenti il fratello del titolare»
LIVORNO. «Quei cani erano di Di Leo, Bella, la capo branco, veniva dalla Sicilia. E il gruppo di cani che sbranò Guastella veniva usato per fare la guardia alla ditta. Lo ha detto Adriano Di Leo a un gruppo di dipendenti». Salvatore Butera parla dal banco dei testimoni, nell’aula al piano terra del tribunale in via Falcone e Borsellino, dove è in corso il processo per la morte di Vito Guastella, il camionista cinquantenne di Alcamo sbranato da un branco di cani meticci il 28 febbraio 2012 a Biscottino, sull’Arnaccio. Un processo che va avanti da oltre un anno e che vede imputati Daniele Di Leo, titolare dell’omonima ditta siciliana di trasporti e gestore del piazzale dove Guastella è morto, e Rodica Trofin, romena che viveva in una roulotte nel terreno adiacente e che dava da mangiare ai cani.
Ieri mattina in aula sono stati ascoltati quattro testimoni della parte civile: due carabinieri, Salvatore Butera, ex dipendente di Di Leo, licenziato dalla ditta per abbandono del posto di lavoro (accusa che lo stesso lavoratore ha respinto ieri in aula) e Robert Pipitone, coordinatore della ditta Eurogru, per cui la vittima prestava servizio.
Butera, interrogato dall’avvocato di parte civile Antonino Sugamele e dal pm Gianfranco Petralia e dal legale di Di Leo, Giuseppe Sceusa, ha dichiarato che il fratello del titolare della ditta, Adriano Di Leo, aveva detto ai dipendenti che i cani che stazionavano sul piazzale di Biscottino. Butera ha aggiunto di non essere mai stato aggredito dai cani, ma di aver saputo che un collega di Napoli invece era stato attaccato.
«È un teste non credibile perché è evidente che parla mosso dall’astio e dall’animosità verso il suo ex datore di lavoro: a Butera non è andata giù di essere stato licenziato. E in fatti non è un caso che si sia deciso a parlare dopo oltre un anno dal fatto, dopo essere stato licenziato dalla ditta».
Dall’udienza di ieri è emerso anche un altro dato destinato a far discutere: la sparizione dal camion di Guastella di un ricetrasmettitore di proprietà di Eurogru, ma la cui licenza era a nome della vittima, come ha dichiarato lo stesso Pipitone. La difesa di Di leo sostiene che quella radio sia stata rubata da una persona che avrebbe aggredito Guastella prima dei cani: «La nostra tesi difensiva sta emergendo chiaramente e sta trovando conferme nel processo - dice l’avvocato Sceusa - Siamo convinti che quella mattina nel piazzale sia intervenuta una persona che ha tentato di rapinare Guastella. Ne è la prova anche il fatto che su un reperto, un brandello di felpa della vittima, sia stata trovata l’impronta di una ruota: a nostro avviso è la prova schiacciante». In realtà il carabiniere ieri ha testimoniato in aula che la loro stessa auto di servizio nell’entrare nel piazzale sarebbe passata su quel reperto. Ma ribatte Sceusa: «Su questo io avevo già sentito due militari che avevano negato di essere entrati con l’auto nel piazzale: è evidente che quel giorno ci fu un’altra presenza».
Quanto al ricetrasmettitore, secondo la parte civile è sparito nei giorni successivi alla tragedia: «Nel corso dei primi sopralluoghi dei carabinieri, la radio c’era: non è mai emerso nessun furto a bordo del tir», dice l’avvocato Sugamele. Rincara la dose Antonio Salato, cognato di Guastella: «Io stesso l’indomani dalla morte di Vito salii sul camion per mettere un fiore: la radio c’era».
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