Il Tirreno

Livorno

La psicoterapeuta: si usa il mondo virtuale per tornare in quello reale

di Stefano Bartoli

Maria Rita Parsi sul trauma e la resurrezione dopo il blackout: «Affidare il risveglio a un selfie è un modo di combattere l’angoscia della morte»

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«Truccarsi, farsi un selfie e spedirlo alla redazione di un giornale, dopo il risveglio dal coma, sono tutte modalità di riprendere contato con il mondo reale, passando attraverso quello virtuale, per dire a se stessi e agli altri che esistiamo ancora».

È molto chiara l’analisi della professoressa Maria Rita Parsi, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Movimento Bambino Onlus, membro della Commissione Onu per i diritti del fanciullo, nota al grande pubblico per i suoi libri, articoli e la partecipazione a trasmissioni televisive e radiofoniche: l’episodio della ragazza che ha un incidente gravissimo, si sveglia dal coma e sente il comprensibile bisogno di comunicarlo al mondo per via elettronica fa parte della vita dei “nativi digitali” che veicolano proprio in questo modo la propria emotività.

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Professoressa, può aiutarci a capire cosa si prova in questi episodi così traumatici e cosa può essere successo durante il coma nella mente di questa ragazza?

«Ogni esperienza traumatica, come quella di un incidente stradale prima e del coma poi, si fissa dolorosamente nella memoria del corpo, della mente e dell'immaginario. Essa, però, può essere sostituita da una nuova traccia sperimentata creativamente, come quella del trucco, ad esempio. Truccarsi e fotografarsi dopo il risveglio dal coma, favorisce il proprio stato di benessere psico-emotivo, ma è anche e soprattutto un modo per riprendere in mano la propria vita, dal punto in cui si era interrotta».

Ma cosa accade effettivamente nella mente umana (ovviamente per quello che si può sapere) durante un periodo di buio di questo genere?

«Trattandosi di un'esperienza di sospensione tra la vita e la morte, di interruzione, cioè, del senso di continuità della propria identità personale, è indubbio che, a livello profondo, il coma inneschi un processo di rivisitazione dei materiali dell'inconscio. In “Doni. Miracoli quotidiani di gente comune” (Mondadori, 2012) racconto, tra le altre, le testimonianze di persone che durante il coma hanno vissuto esperienze spirituali, trascendenti o transpersonali come, ad esempio, l'uscita dal corpo fisico».

Vorrei cercare di capire meglio la cosa forse più importante: perché una persona sente il bisogno, una volta resasi conto di essere davvero "miracolata", di truccarsi e farsi un selfie, spedire tutto al giornale più diffuso nella sua zona, rendendo pubblica l'immagine e il suo pensiero?

«Come spiegavo prima, la generazione dei “nativi digitali” veicola l'espressione della propria emotività attraverso la relazione tecnomediata. Appunto, truccarsi, farsi un selfie e spedirlo alla redazione di un giornale, dopo il risveglio dal coma, sono tutte modalità di riprendere contatto con il mondo reale, passando attraverso quello virtuale, per dire, a se stessi e agli altri: “Io esisto”. Non a caso, oggi, la forma più avanzata di difesa contro la madre di tutte le angosce – che è l'angoscia di morte – ce la offrono proprio le nuove tecnologie. Affidare il proprio risveglio dal coma ad un selfie è una maniera di combattere l'angoscia di morte. Come dire: “Il mio Avatar non morirà mai!”».

Cosa potrebbe accadere adesso, per questa ragazza: la vita ricomincerà come prima, quale sarà l'influenza di questa esperienza?

«Le nostre “perdite” - scrive Judith Viorst in “Distacchi” - non includono solo le “separazioni” e i distacchi da coloro che amiamo, ma anche le nostre perdite “consce ed inconsce”, dei nostri sogni romantici, delle aspirazioni impossibili, delle illusioni di libertà e potere, delle illusioni di sicurezza e la perdita del nostro io degli anni giovanili, quell'io che pensava di poter restare intatto, invulnerabile e immortale. Per questo, coloro che superano un'esperienza drammatica come quella del coma, solitamente, anche attraverso un percorso di tipo psicoterapeutico, tornano alla vita attiva più maturi e anche più consapevoli».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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