Lutto
Indagato imprenditore livornese, «è una prestanome della ’Ndrangheta»
Livorno, si tratta di Maurizio Bosi, 52 anni, nei guai con oltre 200 persone all’interno dell’indagine della Dda di Bologna che ha portato all’arresto di 117 persone
LIVORNO. C’è anche il nome di un imprenditore livornese tra quelli coinvolti nella maxi indagine “Aemilia”, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna per la presunta infiltrazione della ’Ndrangheta in Emilia Romagna e non solo. Un’inchiesta che all’alba di ieri ha portato all’arresto di 117 persone, tra cui il padre dell’ex calciatore juventino Vincenzo Iaquinta e al sequestro di beni per oltre 100 milioni di euro.
I provvedimenti di custodia riguardano soggetti ritenuti responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, emissione di fatture false.
Il nome di Maurizio Bosi, 52 anni, imprenditore edile livornese residente in zona Borgo Cappuccini ma che vive a Roma, compare nell’ordinanza di custodia cautela, ma per lui il pubblico ministero non ha chiesto alcuna misura cautelare.
Si tratta, dunque - secondo gli inquirenti - di una figura sì di secondo piano, ma in ogni caso rilevante per ricostruire la tela dei rapporti, visto che al cinquantaduenne è stato riservato un capitolo del primo faldone del documento di oltre mille pagine che compone l’ordinanza. Il reato contestata a Bosi è di aver fatto da prestanome ad una delle figure chiave dell’indagine, Vincenzo Mancuso considerato dai carabinieri come un appartenente al sodalizio criminale, del quale conoscerebbe le dinamiche più significative, orientando di conseguenza il proprio interesse per arrivare all’obiettivo.
Solo leggendo il capo d’imputazione nel quale compare il livornese che è possibile capire la contestazione precisa che gli inquirenti gli fanno.
Al centro degli accertamenti della Dda di Bologna c’è la società “Magnolia” srl, di cui Bosi è stato titolare. Ma secondo gli investigatori, sarebbe stato solo il prestanome di Mancuso tra l’aprile 2011 e il novembre dell’anno successivo. Un sistema fittizio attraverso il quale l’imprenditore livornese, in concorso con un altro indagato, Gabriele Ferri Bernardini, di Pietrasanta, intestatario dell’intera quota sociale pari a 10.000 euro, avrebbe fatto sì che gli stessi inquirenti non potessero applicare misure di prevenzione patrimoniali alla società consentendo la commissione del reato di riciclaggio.
Sia Bosi che Bernardini - secondo gli investigatori - pur non conseguendo mai alcuna posizione di fatto corrispondente alla titolarità delle quote della società, ne consentiva la gestione, anche attraverso l’accensione e la gestione di rapporti bancaria, a Vincenzo Mancuso, nella piena consapevolezza della finalizzazione della loro attività all’associazione mafiosa.
Queste accuse, ovviamente, andranno dimostrate in udienza preliminare, nel caso in cui il pm chieda anche per Bosi il processo. Se così avvenisse, l’imprenditore livornese dovrà anche giustificare sia i rapporti con Mancuso, sia il motivo per cui avrebbe deciso di avallare la condotta criminale per impedire che gli investigatori di individuare quella che secondo loro era un’attività illegale.
Per capire la portata dell’indagine basta ascoltare le parole del procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti. «È un'inchiesta - spiega - di una importanza senza precedenti, segna un momento di svolta nell'azione di contrasto alle cosche 'ndranghetiste nel centro nord. Dopo questo intervento non sarà più come prima l'azione di contrasto, perché con una investigazione durata molti anni, le organizzazioni di polizia si sono affinate. C'è stata una crescita comune di esperienze. Abbiamo raggiunto un livello di capacità investigativa che prima non c'era».
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