Gioco
Archiviata l'inchiesta su Porta a Mare
Il giudice: nessun accordo criminale tra politica, imprenditoria e cooperative rosse nella vendita
LIVORNO. Sei pagine firmate dal giudice Gioacchino Trovato, per spazzare via da un punto di vista processuale i sospetti sul presunto accordo criminale tra politica, cooperative rosse e imprenditoria nell'affare Porta a Mare, l'operazione immobiliare e industriale che attraverso la vendita dell'ex Cantiere navale Luigi Orlando ad Azimut Benetti per oltre 50 milioni di euro e il successivo abbandono del Bacino di carenaggio, ha cambiato per sempre il volto e forse anche l'anima della città.
Ad oltre cinque anni dall'apertura dell'inchiesta, poi archiviata dalla Procura, e a dodici giorni dall'ultima udienza sull'opposizione presentata nell'ottobre scorso dai Riparatori navali, ieri il giudice per le indagini preliminari ha sciolto la riserva e messo un pietra tombale sopra all'indagine per associazione per delinquere, truffa aggravata e abuso d'ufficio nella quale, tra gli altri, erano indagati due ex sindaci (Gianfranco Lamberti e Alessandro Cosimi), gli ex numeri uno dell'Authority (i presidenti Nereo Marcucci e Roberto Piccini, più il commissario Bruno Lenzi), il liquidatore della Cooperativa Navale Fratelli Orlando, Angelo Rosi, il commissario giudiziario della medesima coop Vinicio Ferracci, e il consigliere della Banca di Credito Cooperativo della Costa Etrusca, nonché presidente del consiglio di amministrazione della Gestione Bacini spa Marco Fiorillo.
Prima di entrare nel merito della questione, il giudice ha dovuto però chiarire un aspetto preliminare della questione sollevato dagli avvocati degli indagati che riguardava il ritardo dei riparatori nel presentare l'opposizione all'archiviazione rispetto ai termini. "Il fax inviato dalla Procura all'ufficio dell'avvocato Carlo Taormina - è stata la replica del legale dei Riparatori - non è mai arrivato. Ecco perché ci siamo opposti in ritardo". Il giudice cita una sentenza della Corte di Cassazione per spiegare come l'effettiva conoscenza dell'atto debba essere intesa come sicura consapevolezza della sua esistenza e precisa cognizione dei suoi estremi. Poi lo stesso magistrato entra nel merito della questione e spiega come le complesse indagini svolte non abbiano consentito di acquisire la prova della riconducibilità delle molteplici condotte a soggetti collegati da interessi comuni e da disegni e finalità comuni. Inoltre manca del tutto la prova dell'elemento psicologico qualificante e unificante di tali condotte essendo gli ipotizzabili reati di associazione per delinquere e abuso d'ufficio perseguibili solo a titolo di dolo.
Insomma, secondo il giudice non è emerso alcun collegamento psicologico e di obiettivi tra tutti i protagonisti della vicenda, tanto più non è risultato alcun vantaggio da parte di Azimut Benetti procurato intenzionalmente dagli amministratori o da altri organi, né è risultato che l'Autorità portuale abbia omesso dolosamente di vigilare sulla manutenzione ordinaria e straordinaria del cantiere da parte della concessionaria o che, altrettanto dolosamente, abbia omesso di procedere a interventi sostitutivi. Se un sistema clientelare non c'è stato, rimane però il dato di fatto del danneggiamento del Bacino, un bene demaniale marittimo, unico nel suo genere, e ormai allo sfascio. Secondo il giudice, per quello che riguarda questo aspetto ipotizzando anche il delitto di danneggiamento doloso aggravato attraverso l'adozione volontaria dei comportamenti negligenti, si tratterebbe di reati prescritti.
Ecco perché per al giudice non rimane che decretare l'archiviazione del procedimento per insostenibilità dell'accusa in giudizio.
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