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De Falco: «Non chiamatemi eroe»

De Falco: «Non chiamatemi eroe»

L’ufficiale in cattedra a Udine ripercorre la terribile notte del 13 gennaio 2012

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LIVORNO. Un uomo di mare che ha fatto soltanto il proprio dovere. Un professionista che ha sempre messo al primo posto il rispetto delle regole, il senso di responsabilità. Non ama l’etichetta di “eroe” il capitano di fregata Gregorio De Falco e lo ha ribadito anche i salendo in cattedra nella sede universitaria di Palazzo Antonini a Udine per una conferenza frutto dell’impegno organizzativo dall’associazione culturale Sicilia-Fvg, presieduta da Maurizio Calderari, e da Vincenzo Orioles, docente di glottologia e linguistica del Dipartimento di studi umanistici.

Un incontro andato in scena in una sala Gusmani gremita di pubblico, a testimonianza dalla traccia profonda tuttora impresa nell’immaginario collettivo da De Falco, l’“eroe positivo” in contrapposizione con la figura del comandante della Costa Concordia Francesco Schettino, accusato di essere il principale responsabile del naufragio costato la vita a 32 persone davanti all’Isola del Giglio dopo l’urto seguito alla manovra dell’ “inchino”. «Eroe è colui che va oltre il limite della razionalità fino a rischiare la vita – ha premesso De Falco –. Un vero eroe è stato Giuseppe Girolamo, il musicista siciliano che si trovava sulla nave e che non sapeva nuotare eppure lasciò il proprio posto sulla scialuppa di salvataggio a una bimba (Girolamo poi morì nel naufragio ndr). Io e altri colleghi cercavamo semplicemente di compiere il nostro dovere e di fare in modo che anche il comandante facesse il proprio, tornando a bordo della nave: era fondamentale avere sulla Concordia un referente per le operazioni di soccorso che avesse l’autorità per svolgere quel ruolo, a cominciare dalla conta dei passeggeri».

All’inizio della conferenza è stato fatto riascoltare al pubblico il dialogo De Falco-Schettino che grazie alle registrazioni diffuse dai mezzi di informazione fece il giro del mondo ed è entrato a pieno titolo nella storia dell’Italia contemporanea col celebre: «Vada a bordo, cazzo!».

«Ogni volta che ascolto questa terribile telefonata penso che se ognuno avesse corrisposto alle aspettative connesse al proprio ruolo forse saremmo riusciti a salvare tutti», ha spiegato De Falco.

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