Gioco
Bussotti: il Pd voleva candidarmi sindaco poi mi ha affondato
In un libro-confessione - intervistato da Matteo Pucciarelli - l’ex assessore, ora prof, racconta a ruota libera i retroscena della sua non-candidatura. Il prino contatto con De Filicaia in un ristorante in Venezia a maggio, ma a Natale è lo stesso segretario a scaricarlo
LIVORNO. Fosse stato un film di Lina Wertmuller l'avrebbe titolato forse così: “L'incredibile ascesa del candidato prima chiamato e poi affondato senza che nessuno gli dicesse perché”. Invece Luca Bussotti ha preferito un piglio meno pop e in testa al suo libro-intervista con Matteo Pucciarelli, livornese, giornalista di Repubblica, ha semplicemente messo: “Una candidatura mancata e altre vicende di politica livornese”. Comunque il racconto è esplicito e i giudizi sono senza tanti giri di parole.
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Viene dalla Luna, anzi no. Bussotti viene un po’ dalla Luna e un po’ no. Un po’ no: perché ha la tessera Pd ed è stato parte di un gruppo dirigente almeno fino al 2004 (o al 2006 se si considerano gli anni nel consiglio di sorveglianza Asa). Un po' sì: perché il suo mondo non è più né a Livorno né nella politica bensì in Africa e in Portogallo come ricercatore e docente universitario.
Alle spalle ha un identikit da anche “lambertiano” ma non ortodosso: con Lamberti sindaco è stato segretario cittadino Pds e assessore all’ambiente. Di più: nel 2009 l’ex sindaco lo voleva in pista contro Cosimi come candidato di Confronto (ma Bussotti si tirò indietro). E tuttavia dieci anni prima era stato lanciato come papabile sindaco nel ’99 da Lorenzo Mannelli, il nemico numero uno di Lamberti.
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Tutto nasce dal patatrac elettorale: ma il Pd perde il Comune nello stesso giorno in cui gli stessi elettori , nell’altra urna, quella delle europee, gli dànno un record di voti che neanche ai tempi del Pci. No, dice Bussotti, non è un match perso per un autogol sfortunato all'ultimo minuto: la vicenda kafkiana della sua candidatura mancata e lo tsunami elettorale sono figlie del “Pcl”, cioè il partito comunista alla livornese...
Bussotti e Pucciarelli rivelano che tutto inizia il «30 maggio 2013, un anno prima delle elezioni». Interno giorno in un ristorantino in Venezia: davanti a lui il numero uno del Pd cittadino Jari de Filicaia con Giancarlo Mazzoni, esponente della segreteria. Gli dicono che avevano puntato su Concita De Gregorio come candidato sindaco (Mazzoni gli dirà poi che era stato contattato anche Lorenzo Mannelli a Bruxelles). Insomma, ora hanno messo lo sguardo su Bussotti.
Il motivo? «De Filicaia mi fece un quadro devastante della città e dell'operato della giunta guidata da Cosimi (che, del resto, ha ribadito nelle riunioni della direzione comunale del Pd)». Non solo: un sondaggio commissionato dal Pd a un anno da fine mandato fa emergere che «circa l'80% dei livornesi dava un giudizio molto o abbastanza negativo della giunta uscente». Tradotto: guai a puntare sulla continuità (dunque alt a un successore di Cosimi pescato nella sua giunta), serve «un candidato che rompesse radicalmente col passato e riuscisse a dare una carica innovativa tale da far dimenticare gli ultimi anni di governo della città».
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«Ok, ma farò piazza pulita». E quando Bussotti dice che però lui avrebbe dovuto «fare piazza pulita o quasi dell'attuale gruppo dirigente allargato», riferisce che de Filicaia gli risponde che è «esattamente quello che cercavano». Salta fuori dallo stato maggiore della federazione Pd – dice Bussotti – l'idea di far nascere la candidatura all’esterno del partito (era «la maggior preoccupazione di De Filicaia»): magari lanciata da un appello di figure della società civile alla quale solo in seguito il Pd si sarebbe aggregato.
L'ex assessore ora prof fra Maputo e Lisbona disegna un clima interno nel segno dello scontro fra De Filicaia e Marida Bolognesi («la chiamavano la zarina») ma soprattutto di come s'incrocia l'irresistibile ascesa di Renzi in campo nazionale rispetto agli equilibri interni di un Pd labronico di stretta osservanza anti-renziana (peraltro con i filo-Matteo «divisi in diversi sottogruppi»). Non solo: Bussotti mette nel conto pure gli effetti del disgregarsi dell'iniziale team di De Filicaia quando nel 2012 è il segretario a farsi avanti per la candidatura in Parlamento, e alla "squadra" con Ciampini e Mazzoni si sostituisce l'appoggio dei circoli della zona nord.
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Il dietrofront di De Filicaia. La doccia fredda arriva di punto in bianco poco dopo Natale, dice Bussotti: «La situazione è cambiata», gli dice De Filicaia mentre lui sta scendendo dall’aereo. L’indomani diversamente dal solito, il colloquio è senza altre persone e De Filicaia – racconta – gli dice che il gruppo dirigente fa più resistenza del previsto, Bussotti gli ribatte che l’avevano messo nel conto fin dall’inizio visto che c’era da far fuori la nomenklatura. Eppure gli altri negano questo altolà, segno che «chi fece saltare davvero la candidatura fu lo stesso che me la propose: De Filicaia».
Bussotti ipotizza ambizioni personali di De Filicaia ma punta il dito soprattutto contro il «ristretto e frantumato gruppo dirigente» che fa impazzire la maionese baloccandosi con l’idea di un candidato unitario quando ormai nessuno avrebbe potuto esserlo.
LE DIMENTICANZE DEL NON-CANDIDATO
Cannonate contro Ruggeri. L'imprinting “lambertiano” fa capolino quando Bussotti mette nel mirino Marco Ruggeri, l'ex segretario che a trent'anni fece fuori l'ex sindaco più longevo della storia della città. Ha ragione a descriverlo come un candidato riluttante e a indicare che l'ha buttato nella mischia il Pd regionale ma lo fa per sbertucciarlo: 1) è il diktat imposto dall'alto; 2) è un ultra-cuperliano e Firenze, ormai dominata dai renziani, vuol toglierselo dai piedi; 3) non lo sostengono neppure i suoi, a cominciare da una parte dei cuperliani più vicini a De Filicaia e dalla sezione sanità, mentre i filo-Bolognesi puntavano su un nome esterno tipo Paolo Dario; 4) deve buttarsi nell'arena rinunciando alla bambagia del consiglio regionale; 5) non è «mai passato da una battaglia politica vera»; 6) gli rimprovera che, dopo la batosta, si è limitato a mettere a disposizione il mandato, «secondo una formula degna dell'Urss di Breznev».
Di fronte all'ipotesi di salire sul ring delle primarie, il partito si chiude a riccio, sbotta Bussotti: prima va a cercare il candidato fuori dall'establishment e poi lo “ammazza”. La svolta? Quando rifiutano Paolo Dario e Giuseppe Angella, si torna a pescare all'interno: a cominciare da Simoncini. L'errore strategico: la promessa di fare "punto e a capo" e invece, come unico progetto-simbolo, l'ospedale in totale continuità con Cosimi. Lo sbaglio tattico: esser andati al ballottaggio senza alleanze, anzi badando solo a contrattaccare sul piano della fedeltà ideologica. Come dire: per Bussotti ha avuto ragione Raspanti quando si è alleato con il M5S pur di dare una spallata al Pd visto come «forza di potere e di conservazione» che «oggi ha perso del tutto» l'ispirazione del passato «difendendo le rendite di potere di un manipolo di gruppi forti».
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