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oro verde: la battaglia legale

Accuse Usa all'olio toscano: due inchieste contestano la qualità del prodotto

di Nicola Tedeschini
Accuse Usa all'olio toscano: due inchieste contestano la qualità del prodotto

Indagine del giudice della California. Le accuse principali sono: etichetta non vera sulla reale provenienza del prodotto e la possibile presenza di olio raffinato anche se si vende come extravergine. Ecco tutti i particolari

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Gli emblemi sommi del distretto agro-alimentare della Lucchesia finiscono sotto indagine negli Stati Uniti. Davanti ai giudici di San Francisco pendono due delicatissime vertenze, due class action come da tecnicismo anglosassone, che hanno, per oggetto del contendere, l'olio toscano.

Olio toscano fino a un certo punto, e ancor più non extra-vergine, a dispetto delle etichette: sono queste, le tesi dei ricorrenti, riportate lunedì 12 in un articolo del sito OliveOilTimes.com, bussola mondiale per gli operatori del settore. A rivolgersi al tribunale sono stati due piccoli consumatori, due privati cittadini: l'uno ha citato le aziende Med Foods e Deoleo Usa, che commerciano le bottiglie della Bertolli (che di lucchese in realtà non ha più niente). L'altro, invece, ha citato i distributori della Filippo Berio: si tratta della Italfoods e della Salov North America, che ovviamente è la filiale, nata nel 1987, dell'omonima realtà di Massarosa. Quanto può valere, in termini economici, la disputa? La fonte prima citata non vi fa riferimento. Ma è chiaro come, davanti a un giudice che sta a 10mila chilometri di distanza dai suoi uliveti, l’Italia si giochi soprattutto l'immagine: non solo dei gruppi coinvolti, ma di tutta una filiera che dà di che vivere.

Vade retro chimica. Le due cause hanno un contenuto pressoché identico. In primo luogo, i ricorrenti sostengono che le bottigliette dei marchi toscani vendute in California conterrebbero refined oil: ovvero, secondo il sito sopra menzionato, un prodotto "chimicamente trattato per nascondere gli eventuali difetti e l'elevata acidità, e quindi generalmente miscelato con olio a maggiore gradazione per mascherare i sapori non gradevoli". Di conseguenza, non si potrebbe parlare di extra-vergine, come invece fanno le rispettive etichette. È da vedere, però, se la teoria appena esposta, in base alla quale i distributori dell'olio toscano avrebbero violato le leggi della California in materia di pubblicità ingannevole e concorrenza sleale, reggerà anche di fronte ai giudici.

L'origine: Italia o Ue? Sulla parte anteriore di quelle etichette, e qui sta il secondo punto, il più delicato, è scritto “importato dall'Italia”. La dicitura, secondo i consumatori americani, induce a pensare che l'intero processo di lavorazione avvenga nel Belpaese: non solo l'imbottigliamento, ma pure la raccolta e la pressatura delle olive. Invero, in modo molto trasparente, la parte anteriore delle stesse etichette rivela se e quando l'offerta commerciale deriva da coltivazioni non italiane. La cosa, peraltro, è pienamente in linea con l'attuale normativa dell'Ue. Non c'è nessun mistero, insomma, nessun inganno: il problema, piuttosto, sarà capire se pure le leggi della California sono così rispettate.

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La bottiglietta scura. Il terzo quesito su cui la magistratura americana dovrà esprimersi riguarda invece il materiale delle bottigliette medesime. Ancora stando ai privati che hanno avviato le cause, le aziende dovrebbero usare involucri di colore scuro, garantendo che, durante il viaggio o la permanenza sugli scaffali, il prodotto non sia esposto eccessivamente alla luce o a elevate temperature. Altrimenti, continua il ragionamento, ciò che in Italia è extra-vergine può non arrivare come tale sulle tavole a stelle e strisce. Anche su questo tema, comunque, la battaglia potrebbe essere serrata: non da ultimo perché, come ricorda OliveOilTimes, “una parte dei consumatori sembra preferire bottiglie chiare, che consentono di vedere il colore dell'olio”.

Le tappe. La battaglia, la doppia battaglia, era invero già in essere a maggio del 2014, e da allora non sono mancate le schermaglie procedurali. Fino al 6 gennaio 2015, quando il giudice Richard Seeborg non ha accolto la richiesta di lasciar cadere il tutto presentata da Med Foods e da Deoleo Usa: quest'ultima fa parte dell'omonimo gruppo, sempre a capitale anglosassone, che oltre a Bertolli oggi ha in bacheca il lustro della fiorentina Carapelli. C'è stato, insomma, un giudizio di filtro sull'ammissibilità della causa: Seeborg ha sancito che “in questa fase non sono necessari altri elementi per suffragare i ricorsi”. In altre parole, finito un round di riscaldamento, si entra in quello decisivo. Ovviamente, è bene ripetere, non è assolutamente detto che gli addebiti mossi agli storici marchi toscani siano fondati, o comunque che la loro condotta sia contraria al diritto nord-americano. Come nota ancora OliveOilTimes, la vicenda potrebbe assumere interessanti risvolti diplomatici, perché proprio sulla tutela delle produzioni alimentari si gioca buona parte del Ttip, il trattato per la piena liberalizzazione degli scambi commerciali che Ue e Stati Uniti stanno tuttora negoziando. Anzi, a pensarci bene, nella partita è in campo pure la Cina: proprio un mese fa, la Salov è passata dalla famiglia Fontana a Bright Food. Il colosso di Pechino, di milioni, ne avrebbe scuciti oltre 100.

LEGGI ANCHE "L'olio italiano contraffatto": la denuncia choc del NY Times

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