Sicurezza
Si è spento a 54 anni l'imprenditore Gino Lotti (Carpensalda)
Lutto nel mondo dell'imprenditoria livornese per la morte di Gino Lotti, 54 anni, socio della Carpensalda, azienda che realizza scafi completi per conto di Azimut Benetti
LIVORNO. Si è spento a 54 anni l'imprenditore Gino Lotti, titolare insieme ai familiari dalle Officine Mec-Carpensalda, una delle realtà più interessanti dell'industria metalmeccanica livornese, che vale una cinquantina di dipendenti più il doppio nell'indotto. Avrebbe compiuto 55 anni il 17 aprile prossimo: il suo cuore di uomo così mite e schivo eppure così determinato e coraggioso si è fermato dopo aver lottato per più di due anni con la malattia, l'ha fatto a viso aperto e senza rinchiudersi in se stesso. La riprova la si è avuta ieri mattina: davanti alla camera mortuaria dell'ospedale, a dargli l'ultimo abbraccio c'era una gran folla di amici e familiari.
CARPENSALDA STORY: 50 ANNI DI CORAGGIO. Se n'è andato proprio mentre la sua azienda stava per festeggiare il mezzo secolo di vita:. Una Carpensalda-story affrontata con coraggio fin dall'inizio, alla metà degli anni sessanta: il padre Bruno, operaio del Cantiere, non ha più di 24 anni e due bambini piccoli da crescere, uno dei quali appena nato, quando si ritrova a fare i conti con la crisi choc della sua fabbrica e il pericolo di veder sparire il posto di lavoro. Prende di petto questo tsunami di guai e si mette in proprio insieme a due compagni di lavoro. Anche nella Livorno così poco abituata a veder germogliare piccole imprese artigiane, una generazione di imprenditori e di imprese è nata così: dalla consapevolezza di avere, come suol dirsi, il “mestiere nelle mani” ed esser disposti a mettersi in gioco, sapendo che a fine mese non sarebbe arrivata la busta paga bensì le scadenze con le fatture dei fornitori da pagare.
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Ma anche la generazione successiva, quella appunto del figlio Gino, primogenito di tre fratelli (gli altri sono Luca, cinque anni più giovane, e Alessio, classe '74), ha avuto da trovare la grinta e la determinazione di fronte al gorgo in cui la fine dell'era Fincantieri prima e del Cantiere-Coop poi minacciava di trascinare la loro azienda che dava da mangiare a decine e decine di famiglie. Da una organizzazione produttiva a misura di grandi navi gasiere o chimichiere passa al lavoro per Azimut Benetti nella produzione ultrachic di superyacht di altissima gamma.
ARRIVA AZIMUT, L’AZIENDA VA CAMBIATA. C'è da mettere l'accento sul fatto che Lotti guida la trasformazione dell'azienda di famiglia per farne un polo produttivo in grado di sfornare scafi in acciaio completi con gli standard di qualità richiesti dal nuovo tipo di committente. Dev'essere un salto non da poco e tutt'altro che semplice se il "signor Azimut" si lamenterà a più riprese di trovare difficoltà a creare un reticolo di fornitori locali all'altezza di quel che la produzione per gli yacht richiede: invece il team dei Lotti quel salto lo fa, eccome. Al punto da riuscire a diventare già nel 2008 partner di riferimento dello stabilimento di Paolo Vitelli e Vincenzo Poerio: nascerà dalle officine Carpensalda una sfilza di scafi – venticinque in tutto nel corso degli anni – da girare "chiavi in mano" allo stabilimento livornese di Azimut Benetti per farne poi gioielli galleggianti destinati a capitani d'industria, sceicchi, tycoon e vip di questa come dell'altra metà del globo.
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Non è però questo l'unico salto mortale che l'imprenditore livornese (e l'azienda di famiglia) hanno compiuto nel corso degli anni per non alzare bandiera bianca di fronte alle difficoltà. Come quando hanno diversificato la produzione andando a "inventare" una maxi-piscina da 120 tonnellate e settecento persone per un albergo extralusso sul lago di Como. Come quando a un cantiere toscano ha portato un bulbo di prora da dodici metri per undici e dal peso di cento tonnellate da portare via mare. Come quando Lotti e la sua famiglia hanno provato ad andare alla conquista dei grandi cantieri Sec a Viareggio.
SE LA VECCHIA SEDE NON BASTA PIU’. E quando la crescita è stata tale che non era più possibile restare dentro il perimetro di Azimut Benetti o all'interno della vecchia sede di via Negrelli. Dieci anni fa, spegnendo le candeline dei primi quarant'anni Gino Lotti insieme alla famiglia torna a investire: nuova sede al civico 10 di via Quaglierini nella zona dei "canterini" lungo lo Scolmatore. Solo una volta l'azienda alza la voce per dire che le istituzioni locali non danno risposte con le autorizzazioni che si fanno attendere di settimana in settimana, di mese in mese che poi diventano anni. I poteri pubblici non fanno nulla? E allora Lotti ci pensa per conto proprio: costruisce con i propri soldi una propria darsena privata, anche se l'andirivieni burocratico avrebbe stremato chiunque.
Non è tutto: quando la fame di aree si fa ancor più pressante, ecco che la soluzione è in un capannone lungo i Navicelli pisani. È da lì, dalla Darsena Pisana – segno finalmente di un'alleanza livornese-pisana che è il marchio di fabbrica anche di altri esempi imprenditoriali di successo come la Gas & Heat – che è stato messo in acqua poco prima del Natale 2011 lo scafo del superyacht da 63 metri realizzato per Azimut Benetti.
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DENTRO IL SISTEMA DI CONFINDUSTRIA. Strano, no? Dovevamo raccontare di Gino Lotti e abbiamo narrato invece la storia di una azienda, la Carpensalda. Ma è probabilmente così che si sarebbe raccontato lui stesso: un po' perché nel lavoro metteva tutto se stesso, un po' perché teneva alla riservatezza sulla propria vita privata. Senza cioè cercare i riflettori: nel 2009 aveva guidato la sezione cantieristica della Confindustria livornese, poi era entrato nel consiglio direttivo dell'organizzazione degli industriali.
Quest'imprinting l'aveva trasferito anche alla sua azienda: non risulta che la Carpensalda abbia messo il proprio nome come sponsor di sport o spettacoli. Tranne quando ha dato vita alla squadra aziendale di calcio fino a vincere il campionato regionale di settore: ma con quella sobrietà che le faceva schierare in campo i propri lavoratori e stop.
IMPRESA CON FORTI RADICI DI FAMIGLIA. Del resto, in quest'impresa c'è una fortissima impronta di famiglia: a cominciare dalla forma giuridica di società in accomandita semplice con il capostipite Bruno nelle vesti di accomandatario e il resto della famiglia (la moglie Alda Rossi, i figli Gino, Luca e Alessio) come accomandante. «La domenica – racconta il padre Bruno con la voce incrinata dalla commozione – nella nostra casa siamo in diciassette a pranzo: è un rito, la famiglia è importante per noi».
Lo piange la sua famiglia (oltre a genitori e fratello, la moglie Barbara, i figli Matteo e Giacomo e i nipoti Giorgio e Michele) ma in certo modo lo piange anche Livorno. Con lui perde una figura di imprenditore che potrebbe valere da esempio. Anche di generosità umana: l'ultimo atto di Lotti è stato il dono delle proprie cornee. Gliele hanno espiantate per donarle a qualcuno che tornerà a vedere con quegli occhi che sapevano guardare lontano.
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