La protesta
Sotto il Vernacoliere per Charlie Hebdo
Il direttore Cardinali: «Perché non sfottiamo l’Islam? Perché qui chi ci opprime è la Chiesa...»
LIVORNO. L’assalto al giornale satirico parigino ha scosso le coscienze. Il Comune ha esposto a mezz’asta il vessillo della città insieme alla bandiera francese e il sindaco Nogarin a Rosignano allo spettacolo su Pietro Gori ha, insieme al presidente della Provincia Alessandro Franchi, mostrato il cartello-simbolo “Je suis Charlie”.
Ma l’appuntamento-chiave è stato il presidio sotto la sede del Vernacoliere organizzato via social network da alcuni scrittori livornesi, tra cui Luca Papini e Aldo Galeazzi. Abbiamo incontrato Mario Cardinali, direttore dello storico mensile satirico livornese, riconosciuto da tutti come “cugino” di Charlie Hebdo.
Parte in quarta il direttore: «La domanda ricorrente che mi fanno è: ‘Cardinali, perché voi non sfottete l’Islam’? Ma scusate: in Italia, chi è che ci dice come dobbiamo nascere, come ci dobbiamo sposare, come ci si deve vestire, come si deve pensare? La Chiesa Cattolica». E aggiunge: «La satira è uno sfogo contro certe oppressioni, qualora avessimo l’Islam a dire come ci dobbiamo comportare, non ci metteremmo certo il velo. Non è che uno si sveglia la mattina e decide di prendere in giro qualcuno a caso, la satira è un voler muovere contro qualcosa che (ci) opprime».
Direttore, avete mai avuto paura? «Non abbiamo mai ricevuto minacce. E se le abbiamo ricevute, non ce ne siamo accorti», dice Cardinali. «Il nostro timore semmai sono le querele. Ogni autore del Vernacoliere è libero di scrivere quello che vuole. Io controllo che non ci siano estremi di querela».
E a chi gli chiede se c’è libertà di stampa in Italia, risponde: «Il problema non è la libertà di dire: è l’essere comprati. Da noi il potere ti cointeressa, si crea una sorta di schiavitù attorno: ‘Vieni con me, ti faccio guadagnà’».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Andrea Camerini, disegnatore di punta del Vernacoliere, autore televisivo e radiofonico: «Mi ha scioccato l’assalto militarizzato in un luogo innocente come una redazione. Detto questo, non è un momento buio per la satira, anzi, è un momento di riscossa. Questo evento ci ricorda che il nostro è un mestiere potente. Mettiamo il Re in mutande, è uno strumento temuto e va usato in maniera responsabile ma senza restrizioni. Dopo quest’orribile atto criminale io mi sento più responsabilizzato. C’è chi dice che se la sono cercata? Ecco. Quest’osservazione mi offende: se ti senti colpito dalla mia idea al limite mi quereli, non mi ammazzi»..
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