Il Tirreno

Livorno

La musica del mondo nata nei vicoli

di Enrico Veronese

Napule è mille colori, e anche mille dolori. La conoscono tutti, ma non sanno la verità: a liberarla dagli stereotipi in musica ha pensato Pino Daniele, dai suoi inizi nel...

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Napule è mille colori, e anche mille dolori. La conoscono tutti, ma non sanno la verità: a liberarla dagli stereotipi in musica ha pensato Pino Daniele, dai suoi inizi nel quartiere San Giuseppe fino alla definizione di un nuovo immaginario, una tavolozza differente dalla cartolina col Vesuvio e davanti un pino (minuscolo). “La vita passa in fretta”, ce ne siamo accorti solo pochi giorni fa con il povero Mango: quando viene a mancare un musicista in attività si ha un bel dire che restano le canzoni, che l'eredità non muore. Non si pensa mai che possa succedere da un momento all'altro, mentre siamo impegnati a dar corso alle cose della vita: la permanenza altrui viene data per scontata.

Di qui la faticosa e pesante sorpresa: “e passa, ma non passerà”. Ma dove sono le tue mani ed il tuo naso, Pino, verso un giorno disperato, una notte arrivata troppo presto, prima di quell’ambulanza che forse poteva salvarti la vita. Forse in Africa, o che importa: nero a metà, napoletano per intero, italiano vero che ha saputo trasformare in musica leggera la passione per il blues, versando nel grande mare del pop la sua personale corrente del Golfo.

Pino Daniele non aveva nemici, né dichiarati né tantomeno ora che non c’è più. Era tutto musica, fatto di musica per citare un tweet del suo vecchio compare di tour, Jovanotti: non aveva bisogno di apparire sempre per dire di esserci, appena dispensava album e concerti gli veniva riconosciuta l'autorevolezza del maestro, del precursore.

Non indossava maschere per parlare universale, ciononostante vendeva comunque tantissimo dappertutto: generalista ancorché sofisticato il giusto, popolare ma non plebeo, niente cedendo mai dell'identità partenopea e mediterranea. Locale sì, ma altrettanto globale - in Italia forse solo Venditti è all'un tempo cittadino e nazionale - e aperto mentalmente a suoni non nativi, alla collaborazione incessante a 360°, ospite di Luciano Pavarotti come dei più giovani rapper Rocco Hunt, J Ax, 99 Posse. Un suono che prescinde dall'essere di moda o fuori dalla stessa: Daniele entra dalle casse acustiche nelle case senza invaderle, non ha mai avvertito il bisogno di figurare nel cast settimanale di Sanremo per riempire l'etere e gli stadi.

I suoi marchi di fabbrica erano un timbro riconoscibilissimo - un filo malinconico al di là dell'interpretazione - e il fingerpicking di chitarre indolenti, jazzate, classica o acustica che fossero, accordate tra Sting ed Eric Clapton: un esempio, la magnifica “Jesce juorno”. Pino scriveva con gli occhi, magari guardando l'orizzonte, cantava d'amore (“Se mi vuoi”) arrivando a sdoganare l'origine del mondo con "Che Dio ti benedica". Non si può dire fosse oltremodo impegnato in prima fila nell'endorsement alla politica, secondo il regolamento non scritto del cantautorato italiano storico: il suo interesse verteva piuttosto alla società, solo e sempre dalla parte di Napoli.

Eppure agli inizi degli anni Novanta fece scalpore la sua presa di posizione contro l'avanzata della Lega: “è una vergogna”, proclamava senza mezzi termini dalle strofe di “O' scarrafone”, singolo trainante di un quinquennio decisivo per il suo rilancio alle masse, partecipato dai migliori turnisti jazz del periodo.

Il capolavoro? “Quando”, quasi un'appendice dell'affezione al cuore che aveva suo malgrado condiviso con l'amico Massimo Troisi, indissolubile da una delle pellicole più riuscite al punto che non si capisce dove inizi il successo del brano e termini quello del film. Chissà quante scaramanzie tra di loro sul rispettivo futuro: "angeli che cercano un sorriso", ora.

Solo pochi giorni fa, agli sgoccioli dell'anno trascorso, le tv rimbalzavano le immagini giovanili di Pino in un montaggio speciale, per lasciare spazio l'indomani all'attualità del suo ultimo show, il concerto di San Silvestro a Courmayeur: a prima vista lo stesso di sempre, reduce dal tour delle origini con James Senese e Tullio De Piscopo, la sua band del 1980. Tra i ricordi, questa strana pazzia e un paradiso che forse esiste.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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