Gioco
«Me l’hanno ammazzata» In 500 per l’addio a Ilaria
Commozione, rabbia e la canzone di Giorgia alla messa per la studentessa L’appello agli amici: «Portate con voi la torcia della gioia che Ilaria aveva acceso»
LIVORNO. Bimbi, fate scendere tutte le lacrime che avete mentre fissate il feretro di Ilaria coperto e colorato da due maglie da gioco e appoggiato in mezzo alla chiesa del Sacro Cuore; con gli occhi rossi cercatevi lungo le navate della basilica e provate ad abbracciarvi per non sentire quel freddo maledetto che il dolore porta con sé fino a gelare l’anima più dell’inverno; maledite il destino che si è portato via la principessa il giorno di Natale; aggrappatevi ai ricordi: un canestro, una sfilata, un sorriso in classe, mentre risuona il ritornello di “Quando una stella muore”, la canzone di Giorgia scelta per l’uscita della salma dai Salesiani; infine stringete ancora più forte babbo Eugenio, mamma Milena, e Davide, fratello sopravvissuto, che sotto il cappello mostra le ferite dell’incidente nel quale è rimasta uccisa la sorella.
Fate tutto questo in memoria di lei. Poi però se volete restare davvero vicini alla vostra amica e non lasciar morire nemmeno il suo ricordo, c’è un solo modo per farlo: raccogliere la torcia che lei ha acceso e continuare a tenerla viva, ogni giorno, come se fosse un tizzone ardente.
Prendete da “Ila” l’ironia con la quale era complice dei genitori, il rapporto con il fratello e la determinazione con la quale cercava di raggiungere i propri obiettivi, nonostante quell’aria un po’ strana di chi sembra sempre che stia pensando ad altro.
Lo ripete anche don Gino Berto, parroco dei Salesiani, in uno dei passaggi più toccanti dell’omelia per l’ultimo saluto alla studentessa tragicamente scomparsa sul lungomare di Reggio Calabria dov’era andata con la famiglia a trascorrere le feste.
Dentro alle parole dell’uomo di Chiesa c’è sì la fede, ma c’è soprattutto la necessità di dare una risposta a tutta la gente che ha davanti, oltre 500 persone, «rispetto a un avvenimento tragico e apparentemente senza motivazioni che ha toccato tutta la città».
«Cosa resta di lei?», si domanda il parroco: «È una parola detta da Dio a ognuno di noi. Il nome Ilaria racconta della gioia di vivere. Il suo carattere e i vostri ricordi racconteranno intelligenza, bellezza, ironia e affabilità. Ecco perché dobbiamo ringraziare di questi 18 anni vissuti nel bene. E se potessi paragonarla a un battello, racconterei di una imbarcazione che da un approdo all'altro ha fato salire a bordo il bene». Se tutto ciò accadrà e la torcia resterà accesa: «tornerà la vita in questo mare/ Soffierà il vento forte della vita/ Soffierà sulle vele e le gonfierà di te».
Lo sfogo del padre
Eugenio Carella è un padre distrutto dal dolore che per tutta la durata della messa resta in piedi a pochi passi dal feretro della figlia, appoggiato a una colonna.
«Me l’hanno ammazzata in una strada dritta, me l’hanno ammazzata in una strada dritta», ripete a tutte quelle persone che gli si fanno incontro per dargli conforto, ricordando l’assurda dinamica dell’incidente in cui la figlia più piccola ha perso la vita e il figlio più grande è rimasto gravemente ferito.
Annuisce babbo Eugenio mentre don Gino ricorda che questa è la chiesa dove «Ilaria ha preso la comunione e la cresima». Si copre il viso, invece, quando il parroco fa notare come morire a Natale, simbolo per eccellenza di rinascita, «sia un apparente controsenso».
Il ritratto di don Bosco sopra il pulpito è l’unica macchia di colore di un pomeriggio grigio. Una tonalità di sofferenza che si riflette sui visi delle compagne di squadra che indossano la felpa bianca e verde dell’Acli, l’ultima società nella quale ha giocato “Ila”.
Ecco gli undici compagni di classe del Vespucci, le amiche e “rivali” sportive del Bieffe, l’altra squadra di basket femminile. Gli amici dei genitori, i loro colleghi. E poi allenatori e dirigenti delle squadre nelle quali la 18enne ha giocato oppure il padre ha fatto il dirigente.
Ci sono Alessandro Stolfi, attuale allenatore dell’Us Livorno e David Fini, che ha allenato Ilaria nella penultima stagione che cercano di dare un conforto a chi non trattiene le lacrime. Ci sono il patron del Meloria Maurizio Vortici, coach Andrea Referendario e Roberto Russo, c’è Bruno Caroti, anima del Don Bosco. Ci sono Paolo Paoli e Marco Romito, vertici dell’Acli.
C’è Francesca Picchi decana delle giocatrici di basket in gonnella che ricorda la ragazzina con la quale ha giocato. «Era speciale anche quando si scordava i calzini a casa e la mamma li tirava fuori dalla borsa...».
Paolo Balestri, ultimo allenatore di Ilaria, fa fatica ad alzare gli occhi da terra, l’ex numero uno del Coni a Livorno Giovanni Giannone sfila via veloce riuscendo a stento a trattenere le lacrime. La sagoma di Andrea Forti, procuratore ed ex stella del basket è a un passo dalla famiglia.
L’omelia del parroco
«Vogliamo confrontarci con il dolore che ci ha colpito per poi consegnarla alla grazia di Dio». Parte da qui l’omelia nella quale don Gino Berto prende spunto dal vangelo di Giovanni ma poi cita anche Dante e Ungaretti. Il primo per la frase «il tempo va e l'uomo non se ne avvede». Il secondo per il verso «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie».
«Le parole superflue – spiega il parroco – si rifiutano di uscire per spiegare i dolori che sperimentiamo. Di fronte al mistero della morte restiamo ammutoliti. La stessa liturgia ci aiuta a capire qualcosa addentrandoci nel mistero della sua grandezza. Ma in ogni caso oggi ci sono due motivi per non farsi sopraffare dal dolore: dire grazie di una vita che è stato un dono grande per tutti, vivere nella fede per non cedere alla disperazione e a ricominciare».
Eppure – ammette Don Berto – «sono più le domande che le risposte». La prima è perché «una ragazza che va in vacanza in un giorno di festa deve tornare a casa per un addio. E devo dire – aggiunge – che i nostri perché non trovano molte risposte, da un punto di vista razionale».
Ecco perché è necessario prendere «quella forza di ricominciare scoprendo che c'è un Dio che ci ha amato senza misura e per sempre. Così salutiamo Ilaria nella sua brevissima vita, che sarà per sempre. Viviamo - insiste - la notte del dolore, ma che sia una notte Santa. Non siamo illusi, lasciamoci consolare dalla grandezza di Dio e dalla promessa di tutti noi».
L’appello poi va agli amici: «State vicini alla famiglia con fraternità e amicizia. Perché come ha detto la madre: solo adesso ho capito quanto bene abbia fatto mia figlia in via sua. Il risultato è una chiesa che non ho mai visto così piena».
Il messaggio del fratello
«Vedere la calore di due città al quanto distanti, Livorno e Reggio Calabria, è qualcosa meraviglioso, meraviglioso il modo in cui ci sono stati vicino. Non ho molte parole, ma una cosa va detta: grazie. Siete magnifici».
È questo uno dei due messaggi comparsi poche ore dopo il funerale sulla pagina Facebook di Davide Carella, che nonostante le ferite è voluto essere in prima fila al funerale della sorella.
Venerdì, invece, mentre la famiglia aspettava il ritorno della salma da Reggio Calabria, lo stesso Davide aveva affidato a Facebook il primo ricordo della sorella dopo la tragedia.
«Tesoro mio - ha scritto - Come stai? Ti sto scrivendo ovviamente piangendo. Stavo riguardando le tue vecchie sfilate. Col tuo bel sorriso semplice e stupendo, dove ti hanno anche intervistato. Li amore mio stupendo non ho resistito a scoppiare in lacrime e quindi ho pensato subito a scriverti. La tua bellissima voce, la tua eleganza, la tua simpatia saranno sempre qui con noi. Sei bellissima cucciola mia».
@fedelazzotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
GUARDA LA FOTOGALLERY
E LASCIA UN RICORDO
WWW.ILTIRRENO.IT
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google