Il Tirreno

Livorno

INDAGINE DEL CENTRO STUDI CCIAA

Camera di commercio: boom delle tasse, imprese strangolate

Mauro Zucchelli
Saldatore al lavoro in una officina
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Saldatore al lavoro in una officina

Sotto i riflettori i dati relativi a 3.000 società di capitali della provincia di Livorno. L’analisi dei bilanci segnala fattori di difficoltà ma anche una grande capacità di resistere. La spesa per il fisco aumentata del 22%, i patrimoni sono più fragili

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LIVORNO. «Il sistema delle società di capitali livornesi appare paralizzato dall'incertezza in merito ad una possibile ripresa economica e politica, locale, nazionale ed europea». È la diagnosi che l'équipe del Centro studi della Camera di commercio fa all'apparato economico livornese facendo la radiografia agli ultimi bilanci delle società di capitali, cioè la forma d'impresa più strutturata e finanziariamente solida: sotto la lente, cioè, non indicatori più o meno “spannometrici” o stime su parametri bensì i numeri vivi e veri che, relativamente agli anni dal 2011 al 2013, riguardano oltre 3mila imprese (poco di mezzo migliaio tanto nel commercio come nelle costruzioni, 161 nel settore portuale, 313 nell'industria).

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OTTO MILIARDI. È una fetta della nostra economia provinciale che vale 8,17 miliardi di euro come valore della produzione, quasi il 41% dei quali arriva dal commercio mentre una fetta del 20% tondo tondo è targata industria.

Dal dossier camerale salta fuori anche qualcosa al di fuori da quanto ci si immagina. A cominciare dal fatto che non è vero che non ci siano soldi a giro o nella “pancia” delle aziende: ce ne sarebbero perfino più di prima ma nessuno intende metterli in gioco perché sente che non è il momento giusto e preferisce tenerseli in mano in attesa di tempi migliori. La riprova? Basti dire che «nel 2013 i depositi bancari delle imprese sono cresciuti del 15% contro il 5% delle famiglie», dice la ricerca dello staff camerale: le imprese «sembrano aver migliorato lo stato di liquidità ma non investono perché non riescono a formulare previsioni sullo stato di salute del mercato».

FATTURATO GIU’. Sia chiaro, questo non vuol dire che le cose vadano bene: il fatturato è in calo. Quanto? Quasi sei punti percentuali in meno che valgono una perdita di fatturato di 257 milioni di euro, oltre 82mila euro per ciascuna impresa. Il valore aggiunto resta a galla, sia pur con parecchia fatica (la diminuzione non arriva a un punto percentuale) ma si appesantisce il margine operativo lordo (in calo del 6,6%): segno che le imprese hanno reagito alle difficoltà tagliando sui costi esterni anziché sul personale. Tant'è vero che il peso specifico del costo del lavoro per unità di prodotto cresce dal 72,9% al 74,4%, e questo potrebbe voler spalancare lo sguardo su due scenari solo apparentemente contrapposti: da un lato, lascia ipotizzare che ancora non abbiamo visto il peggio in fatto di ripercussioni della crisi choc sull'occupazione (riguardo al futuro); dall'altro, all'opposto, emerge che le imprese hanno una forte capacità di reggere l'impatto, in particolare riguardo alla tenuta dei posti di lavoro (riguardo al recente passato).

Quel che soprattutto grava sui conti come un macigno sono le tasse. Con un paradosso: benché il fatturato sia in calo (meno 5,9%), ciascuna impresa si è ritrovata a pagare in media il 22,2% in più per le tasse. «È evidente che l'inasprirsi della tassazione sulle imprese ad ogni succedersi di governo – sottolineano i ricercatori del Centro studi della Camera di commercio – rende la sopravvivenza delle stesse ancora più a rischio in momenti di scarse entrate economiche».

UNA MONTAGNA DI TASSE. Secondo i dati provvisori forniti dal Centro studi Camera di commercio le società di capitali livornesi “fotografate” nella ricerca «nel 2013 hanno versato allo Stato 11,4 milioni di euro, oltre 20 mila euro in più dello scorso anno».

È guardando all’identikit finanziario che ci si accorge in che modo le imprese hanno fatto fronte alle difficoltà: erodendo il patrimonio. Nelle oltre tremila società di capitali prese in esame, c’è una qualche stabilità nell’autonomia finanziaria ma soprattutto il livello di patrimonializzazione al 26,7% resta ben lontano dagli standard di sicurezza. «Il deterioramento dei livelli di patrimonializzazione – viene sottolineato – potrebbe dipendere dalla continua erosione sul patrimonio netto ad opera delle perdite di esercizio non ripianate con ulteriore capitalizzazione».

CERCASI FIDUCIA. L’indagine del centro studi cciaa parla di «un niente di fatto ma forse non per incapacità delle imprese». Aggiungendo poi: «Dai risultati di bilancio si evince che la base per la ripartenza c’è ma occorre che le istituzioni tutte, da quelle locali a quelle nazionali finanche a quelle europee creino quei presupposti di fiducia atti a far ripartire gli investimenti».

A giudizio dell’équipe dell’ente camerale, se «verranno a mancare a lungo queste premesse d’origine istituzionale», le imprese «continueranno a mantenersi in stand by in attesa di un segnale». C’è il rischio – dice la Cciaa – che il nostro sistema economico finisca in «uno stallo produttivo che si autoalimenta».

FRA INCERTEZZA E PAURA. Il “termometro” misura una “febbre” meno appariscente del previsto: «L’incertezza e la paura circa i tempi di una ripresa stabile induce le imprese a non investire in struttura e pertanto a rimanere obsolete e fuori da quel processo di innovazione che potrebbe incrementare i ricavi, in attesa di una ripresa della domanda che nessuno sa se e quando avverrà».

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