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Immigrazione clandestina, condannata la banda dei permessi bluff
Livorno, i vertici dell’associazione che dava lavori finti agli stranieri hanno patteggiato in tutto 7 anni di reclusione, altri 5 a processo
LIVORNO. Sette anni di reclusione (complessivi) ai vertici della banda del permesso di soggiorno tarocco, l’associazione per delinquere che aveva come base operativa l’ufficio “Stella Polare”, in via Michon. E da qui, tra il 2009 e il giugno 2012, ha reclutato datori di lavoro fittizi e altrettanto fittizie sistemazioni abitative, favorendo così la permanenza in Italia di immigrati clandestini in cambio di denaro. «Tra i 250 e i 500 euro per ogni documento», ha sempre sostenuto l’accusa.
Un sistema criminale del quale tirava le fila Silvia Filidei, 39 anni, considerata la mente dell’accordo criminale: capace anche di corrompere, attraverso la promessa di denaro, un dipendente dell’Agenzia delle Entrate, pure lui finito a processo.
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La donna, che ha scelto attraverso il suo legale, l’avvocato Eloisa Aliotta, di patteggiare davanti al giudice Antonio Pirato, è stata condannata a due anni e otto mesi di reclusione.
Due anni e due mesi è invece la pena patteggiata da Andrea Gemignani, marito e coetaneo della donna e fino al momento del blitz della polizia responsabile del Caf Acli service di Livorno, e Stefano Piperno, 55 anni, considerato il braccio destro della mente dell’organizzazione.
Ma non solo, perché nel’inchiesta della squadra mobile coordinata dal pubblico ministero Massimo Mannucci, sono rimasti coinvolte altre dodici persone, per lo più amici e parenti della triade che si mettevano a loro disposizione «presentando false dichiarazioni di ospitalità, di rapporto di lavoro, di reddito conseguito e di condizione di salute dei datori di lavoro, compiendo atti idonei, diretti in modo non equivoco a favorire la permanenza in Italia, e in alcuni casi, ottenendo rilascio o rinnovo di permessi di soggiorno falsi».
Antonella Alberti, 54 anni, Giuseppe Petta, 70, e Roberto Fallani, 59, hanno patteggiato una pena di un anno. Mentre Michele Conte, 53, è stato condannato in abbreviato a un anno di reclusione.
Hanno invece chiesto la messa alla prova, dunque i lavori di pubblica utilità, che il giudice dovrà avallare il prossimo 13 gennaio, sia Roberto Giuseppe Pignotta, 50 anni, il dipendente dell’Agenzia delle Entrate, difeso dall’avvocato Gabriele Rondanina e accusato di corruzione, e Lisa Filidei, rappresentata dall’avvocato Alessandro Zarra e sorella della mente dell’organizzazione.
Altre sei indagati, invece, accusati di reati di falso, affronteranno il processo dibattimentale che si aprirà il prossimo 14 luglio.
Si tratta di Modou Ndour, 44 anni, senegalese, Mandiaye Ndaw, 56, anche lui senegalese, Mohammed Arragh, 26 anni, marocchino, Khadija Arragh, 22, Luisa Maria Pardi, 77, e Pietro Manfanetti, 58, ragioniere residente a Campiglia Marittima.
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Oltre alle condanne e ai rinvii a giudizio, ieri mattina il giudice per l’udienza preliminare ha anche accolto la richiesta presentata da ventitré cittadini extracomunitari di costituirsi parte civile nel procedimento. «A causa di questa inchiesta - spiegano i loro avvocati, Erika Vivaldi e Patrizia Susini - hanno perso qualsiasi diritto, la loro condanna è quella di essere destinati all’irrilevanza».
Adesso, però, per questi soggetti potrebbe aprirsi uno spiraglio legislativo per tornare così in possesso del permesso di soggiorno. «Speriamo che adesso - spiegano al termine dell’udienza gli avvocati - la questura torni suoi propri passi poiché se prima queste persone avevano il ruolo di indagati, adesso questa decisione è in contrasto».
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