Sicurezza
Il commento - Serenità difficile se non c'è occupazione
Perché il “Buon Natale” sia per tutti, non solo nei sentimenti e nei rapporti con familiari e amici, c'è bisogno che tanti propositi, moniti e appelli diventino realtà
Buon Natale? Può esserlo, ma vanno colti i segni - e gli atti - di speranza che pure arrivano in un mondo sorpreso, disorientato e sconvolto da una crisi che non immaginava potesse avere una portata del genere, dai minacciosi fronti di guerra che nascono ovunque, da un rapporto tra credi e religioni che è difficile riportare nell'alveo del confronto, minato com'è dal fondamentalismo terroristico. Apre il cuore, e la testa, sentire quello che dice un Papa come Francesco, e si può cogliere lo stimolo per reagire e ripartire nel vedere quanto meno le proposte, e anche qualche prima decisione, per recuperare la cultura della legalità e il rispetto delle regole. Ma di più, molto di più va fatto per invertire la rotta e arrivare ad una più equa e diffusa redistribuzione del reddito alla base di ogni possibilità di ripresa.
Altrimenti c'è il rischio che il Natale sia un “Buon Natale”, in termini materiali, per la fascia sempre più ristretta che può permettersi lussi di ogni genere; per chi, beneficiato spesso senza merito alcuno di qualche incarico ben retribuito nelle istituzioni o nelle aziende pubbliche, può consentirsi spese che pochi altri riescono a immaginare; per la nutrita schiera di corruttori e corrotti, evasori fiscali, sfruttatori di lavoro nero che continuano imperterriti a sfuggire alle manette; per la malavita organizzata che, come ha sempre scritto un documentato Giorgio Bocca, rappresenta la vera autorità in almeno quattro regioni italiane (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia) e ormai riesce a condizionare interi territori anche nelle regioni del centro nord.
Perché il “Buon Natale” sia per tutti, non solo nei sentimenti e nei rapporti con familiari e amici, c'è bisogno che tanti propositi, moniti e appelli diventino realtà, permettendo di superare una fase in cui chi ha perso il lavoro vede come un miraggio la possibilità di riqualificarsi e ricollocarsi; in cui i giovani parcheggiati per un numero eccessivo di anni nelle sempre più costose Università si sgomentano temendo di non avere sbocchi; in cui i ragazzi, sia pure diplomati, altro non trovano che qualche ora come interinali, qualche servizio in ristoranti, locali e call-center quasi sempre al nero; in cui altri giovani non trovano più un posto nell'edilizia, nelle fabbriche, nell'artigianato. Per tutti costoro “Buon Natale” può essere se ridiamo loro la speranza di una vita propria senza dover dipendere dal sostegno dei genitori.
E per gli adulti che portano avanti con sempre maggiore fatica piccole e medie aziende, attività commerciali e artigianali il “Buon Natale” non può prescindere dalla speranza di un'economia che riparte, che premia chi lavora non solo innovando, ma anche rispettando le regole e le persone. E che, combattendo sul serio l'evasione, consenta di allentare una pressione fiscale insostenibile.
Tutti concetti che già appaiono, tra l'altro, nell'enciclica “Laborem exercens” di Papa Giovanni Paolo II, ripresi con incisività forse maggiore e reiterata da Papa Francesco, il quale, quando augura “Buon Natale”, confida in una reazione di tutti che permetta alle persone di realizzarsi e vivere dignitosamente anche senza essere costrette a cambiare dieci lavori, dieci città e, quasi inevitabilmente, dieci famiglie.
Buon Natale, allora, a tutte le persone di buona volontà che mettano al centro l'uomo, la persona, e agiscano per recuperare la giustizia sociale, la corretta distribuzione del reddito, la dignità di ciascun individuo.
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