Gioco
Neri tratta l’ingresso in Cilp (portuali)
Cambiano gli equilibri in porto: non c’è solo il Prg e il progetto Darsena Europa ma anche una sfilza di passaggi di mano
LIVORNO. Le avvisaglie già c'erano già nella primavera di due anni fa: una cordata di imprenditori locali si era fatta avanti per «dare una mano» alla Compagnia portuale sull'orlo del baratro con i conti in profondo rosso, e in testa alla cordata c'era Piero Neri. Solo che a quel tempo gli occhi erano puntati soprattutto su Tdt e Ltm: poi nella Tdt è cresciuta la quota dei genovesi di Luigi Negri e in Ltm quella di Renzo Conti. E adesso la famiglia Neri punta a entrare nella Cilp, la coop-impresa dei portuali che si occupa soprattutto di cellulosa, auto e project cargo e ha nella “pancia” una dote di aree portuali di quasi mezzo milione di metri quadri: 120mila nel porto commerciale (con 30mila mq di magazzini) e quasi altrettanti al terminal Da Vinci, 227mila sulle banchine di Livorno Est (con 24mila mq di magazzini).
Guai a cercare riscontri dall'una come dall'altra parte: risulta comunque che la trattativa sia in corso, anche se non è detto che sia proprio in dirittura d'arrivo. Prima ancora che sugli importi, il braccio di ferro sembra sia sull'entità della quota in gioco: in sostanza, se i portuali siano disposti (o costretti) a cedere il controllo della società o se invece il passaggio di mano riguardi una partecipazione di minoranza, magari rilevante e con patti parasociali robusti ma al di sotto del 49%.
Non è un segreto che fra i portuali e i Neri ci sia uno storico rapporto consolidato da decenni, fin dai tempi di Italo Piccini: roba d'altri tempi, quando secondo leggende da amarcord una stretta di mano davanti a un ponce valeva più d'un rogito dal notaio.
C'è anche qualcosa di più: a legare le due società è anche un calibro da novanta come Nereo Marcucci, curriculum da presidente dell'Authority livornese, poi la plancia di comando di Contship, l'ingresso nel Cnel, la presidenza nazionale di Confetra e adesso la nomina nel gruppo dei “15 saggi” che in tandem con il governo riscriveranno l'identikit della portualità made in Italy. Marcucci è, da un lato, il consulente strategico della Compagnia portuale e, dall'altro, da lunghissimi anni amico personale di Piero Neri oltre che, da qualche mese, prima amministratore delegato e poi consigliere della Sintermar bis, dopo l'uscita dei D'Alesio e la divisione fifty-fifty fra il gruppo Neri e la finanziaria Coifi (famiglia Fremura più l'Atlantica di Navigazione di Emanuele Grimaldi).
Nella partita a scacchi che si gioca sulle banchine (e negli equilibri di potere in porto) le mosse e le contromosse riguardano la possibilità di colorare di bianco o di nero le caselle sulla scacchiera: il Prg e soprattutto chi ne ha in mano la matita per disegnarlo (cioè l'Authority, con Gallanti che a primavera conclude il mandato). Ma all'interno di una “scenografia” anch'essa in tumultuoso cambiamento: 1) il terremoto politico del voto di giugno ha portato al timone del Comune il M5S rompendo settant'anni di egemonia dal partito-guida della città; 2) la Regione ha intensificato il proprio attivismo sul porto al punto da aver prima sponsorizzato il doppio maxi-appalto ferroviario che ne dovrebbe rivoluzionare i collegamenti Fs, poi minacciando il Comune di sfilargli ogni potere di veto sul Prg portuale, infine addirittura mettendo sul piatto 170 milioni di euro per dare più concretezza alla Darsena Europa, finora confinata nel libro dei sogni; 3) è in vista la concreta possibilità di costruire un asse con il governo in nome di un “accordo tipo Piombino” che dovrebbe concentrare risorse su alcune scelte strategiche per il rilancio di una Livorno il cui sistema economico sembra precipitato nell'abisso, soprattutto in fatto di industria manifatturiera.
Mai come adesso, però, le cose sembrano essersi messe in moto anche all'interno degli assetti societari dei singoli terminal.
A lunga scadenza: significa che c'è chi continua a metter soldi pensando che Livorno non è più un porto da Champions League e forse nemmeno da zona Uefa, però resta comunque in serie A e vale la pena di puntarci qualche soldo, magari sognando il colpaccio.
Nell'immediato: la guerra commerciale a colpi di sconti da una banchina all'altra ha fatto erodere i margini a tal punto che i fatturati delle società sono in genere calati ben più di quanto siano diminuiti i traffici, e questo ha reso più fragili le spalle finanziarie di molte aziende. Senza contare che la Compagnia portuale, per cavarsela a passare la sua “nuttata” finanziaria, ha messo sul mercato fette e fettine delle quote che ha ovunque nei vari terminal restringendo il proprio perimetro economico (e il proprio peso politico).
A spingere per l’intesa con la famiglia Neri è il bisogno di trasfusione finanziaria che la Compagnia portuale continua ad avere. Stando però alle informazioni raccolte, benché fine anno con le scadenze dei pagamenti e con le tredicesime dei lavoratori sia un salasso per i flussi di cassa, il Palazzone di via San Giovanni ce l’avrebbe fatta, magari con qualche affanno da non sottovalutare. Dunque, non ci sarebbe l’urgenza di firmare prima di fine anno per raddrizzare ancora una volta i conti: ma è ovvio che, se l’affare s’ha da fare, non avrebbe senso tirarla da un semestre all’altro.
Questa novità, se la firma dovesse concretizzarsi davvero, non sarà solo un business a due. Avrà un peso nella galassia dell’imprenditoria privata portuale: crescerebbe la leadership della famiglia Neri (che negli ultimi anni ha avuto una inconsueta proiezione esterna). Avrà un peso anche nell’alleanza in casa Lega coop fra Cft e Compagnia: dopo la litigata nel primo mese di “matrimonio”.
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