Il Tirreno

Livorno

Morì a 39 anni, indagati cinque medici

di Alessandro Guarducci
Morì a 39 anni, indagati cinque medici

Dura la valutazione della pm Marrara: «Quella vita poteva essere salvata, ma le terapie sono state insufficienti o dannose»

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LIVORNO. Elisa Paggini, una mamma di 39 anni, morì improvvisamente per arresto cardiocircolatorio all'alba del 19 luglio 2013, nel quinto reparto dell’ospedale livornese, dove era entrata la sera del 17 luglio accusando dolori addominali e vomito. In quel giorno e mezzo di degenza (più un altro giorno trascorso in precedenza al pronto soccorso in osservazione), risulta che ai i familiari non fu comunicata alcuna situazione di emergenza né tantomeno fu indicato un eventuale pericolo di vita.

Dunque una morte tanto inspiegabile e assolutamente inattesa, al punto che era stata la stessa azienda sanitaria livornese a segnalare il caso alla Procura, anche a seguito delle risultanze di una valutazione interna sui fatti accaduti.

Oggi, a conclusione delle indagini (articolo 415 bis), sono cinque i medici dell'ospedale di Livorno indagati dalla sostituto procuratore Fiorenza Marrara con l’accusa di cooperazione in omicidio colposo: oltre al primario dell'Unità Organizzativa Medicina I, Marco Cei, risultano coinvolti nel procedimento Maria Cristina Mandolesi e Ornella Marino, in servizio nello stesso reparto, e poi Filomena Marrelli e Luigino Rizzello, intervenuti in turno in qualità di guardia interdivisionale.

Come è evidenziato nell'avviso di conclusione delle indagini, la colpa è consistita non solo «in negligenza, imprudenza e imperizia» ma anche «per non aver adottato adeguate iniziative diagnostico terapeutiche a fronte di una gravissima crisi ipercalcemica che presentava la paziente».

Addirittura, nell'atto redatto e sottoscritto dal pubblico ministero è specificato che i medici avrebbero «adottato un protocollo terapeutico assolutamente insufficiente, se non addirittura dannoso", anche una volta individuata la patologia di cui soffriva la Paggini e successivamente non avrebbero monitorato le funzioni vitali (renali e cardiaca) della paziente. Secondo l’accusa, infatti, i medici «in presenza di un danno renale» si sarebbero limitati «ad una reidratazione forzata», fino al decesso della donna per una crisi cardio-respiratoria.

Sposata con un spedizioniere marittimo molto conosciuto in città, Antonio Bonsignori e madre di Giorgio, un bambino che all'epoca aveva 8 anni, con i quali viveva in una palazzina bifamiliare ad Antignano, Elisa era andata al pronto soccorso nel pomeriggio del 16 luglio, appunto presentando forte nausea e vomito insistente.

Le venne diagnosticata una calcolosi renale, con una forte carenza di potassio; le fu prescritta idratazione, reinfusione di potassio e eventuale terapia antibiotica e antidolorifica e fu deciso di tenerla in osservazione.

Dopo un giorno e mezzo di ricovero al pronto soccorso (Osservazione breve intensiva) , effettuati una serie di esami, la donna venne trasferita, nella serata del 17 luglio (alle 22,40 risulta dagli atti) nel reparto di Medicina generale I, dove poi fu trovata morta la mattina del 19 luglio alle 6 in punto.

Morta a causa (come stabilito in seguito dall'autopsia richiesta dai familiari di Elisa) di un arresto cardiaco causato da una fortissima ipercalcemia dovuta a un adenoma benigno delle ghiandole paratiroidee : patologia curabile, se riconosciuta e adeguatamente trattata.

E qui parla l'avviso di conclusione delle indagini, che spiega brevemente ma in maniera incisiva che cosa è successo - almeno secondo le risultanze dell’inchiesta - in quelle drammatiche ore all’ospedale livornese: "Dopo che la paziente fu trasferita a Medicina generale, i medici dapprima ritardavano nel rilevare il livello di calcio eccezionalmente alterato, come era già stato riscontrato al pronto soccorso (due esami erano stati effettuati nella mattinata del 17 luglio, ndr). Ma soprattutto , una volta riconosciuto il quadro (puntualmente riportato in cartella clinica, dove le analisi di laboratorio evidenziavano un valore del calcio molto elevato e in aumento ndr), pur essendo ancora al momento possibile intervenire per salvare la vita della paziente, approntavano un protocollo terapeutico assolutamente insufficiente, se non addirittura dannoso nel caso specifico, limitandosi alla sola reidratazione, quando invece andava seguito un protocollo comprendente multiple misure di emergenza, quali - oltre alla reidratazione - la diuresi forzata, terapia con calcitonina e, in presenza di danno renale, come nel caso in oggetto, emodialisi", il tutto da associare a farmaci mirati (anti-assorbitivi) e somministrazione di calciomimetici».

«Al contrario i sanitari - si legge ancora nell’avviso di conclusione delle indagini della Procura di Livorno -"limitandosi a una reidratazione forzata, peraltro in una paziente con blocco renale, senza somministrare alcun farmaco tale da indurre alla diuresi forzata e senza prendere in considerazione la possibilità di una terapia dialitica, non programmando l'impiego di alcun presidio terapeutico, né peraltro monitorando le funzioni renali e cardiaca, causavano la morte della paziente, preceduta da un rilevantissimo edema polmonare, cui conseguiva una crisi terminale cardio-respiratoria».

La sostituto procuratore Fiorenza Marrara, ricevute la segnalazione dall'Asl e la consulenza del medico legale nominato dai familiari di Elisa Paggini, si è avvalsa della consulenza tecnica d'ufficio dei clinici Marco di Paolo e Paolo Miccoli, sulla cui base ha deciso di indagare i cinque medici dell'ospedale livornese per il "delitto di cui agli articoli 113 e 589" del Codice Penale, ovvero concorso omicidio colposo.

L’atto di conclusioni delle indagini è stato depositato l’8 dicembre nella segreteria della Procura.

La morte di Elisa ha lasciato un bambino piccolo senza madre, un marito e i genitori (Anna Melani, insegnante in pensione, e Paolo Paggini, che gestisce un'impresa di pulizia in porto) con la vita distrutta da un dolore reso ancora più forte dal dubbio - avallato per il momento dalle consulenze mediche - che la giovane donna si potesse salvare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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