Il Tirreno

Livorno

Ma l’albero di Natale piace «Si risparmi su altre cose»

di Corrado Benzio
Ma l’albero di Natale piace «Si risparmi su altre cose»

Commerciante cinese lancia anche un appello al sindaco: Filippo rimettilo Per i cittadini è una tradizione non solo religiosa che ci fa sentire meno soli

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LIVORNO. Filippo, ripensaci. Il grido di dolore arriva da Zang, giovane commerciante cinese di via Grande. «Conosco il sindaco, gliene parlerò. Ci deve ripensare e fare l’albero ».

Il China town market ha un mega babbo Natale all’ingresso con tanto di cartello di auguri. Zang è buddista, ma non c’entra niente. «Ho fatto tutte le scuole qui, e ho sempre seguito l’ora di religione. E’ la nostra tradizione italiana , e comunque è meno connotato spiritualmente del presepe».

La presenza del cronista nell’emporio orientale spinge molti ad intervenire. Tutti rivogliono l’albero. Eppure siamo città irridente e anche blasfema, basta vedere il Vernacoliere di un paio di mesi fa: “Bimbo violenta prete”.

«Guardi che piazza Grande senza albero è un segnale. Pesante. Ci dice che ogni anno che passa questa città ha sempre meno, che scende sempre di più». Acuta l’osservazione della patronne del bar Torricelli 1910. «Il centro è sempre meno attraente, guardi oggi che è sabato. Poca gente qui, tutto pieno all’Ipercoop».

Davanti il Duomo c’è la casetta del commercio equo e solidale. Una ragazza della Tanzania è vestita in rosso, da babbo Natale. «Sono cattolica» ricorda. Una delle signore che seguono lo stand richiede l’abete. «Io l’ho montato in casa i primi di dicembre: mai fatto così presto. Interrogandomi ho capito perchè: in questo momento di crisi, non solo economica, ci rifugiamo nella tradizione, nei nostri valori. Che non sono certo da disprezzare. Per questo in piazza Grande io vorrei rivedere l’albero di Natale, illuminato, con gli striscioni argentati e le palle di vetro colorato».

Un signore fa un’osservazione acuta. «Si ricorda la storia del cacciucco della Findus? I livornesi si ribellarono. La Nestlè cambiò l’etichetta e la chiamò zuppa di pesce. I livornesi rivalutarono questo piatto. I ristoranti ripresero a prepararlo. E noi clienti ad ordinarlo».

Una morale che ben si attanaglia alla storia dell’albero mancante. Ora che non c’è (ma, vedi il pezzo sotto, ritorna) tutti lo rimpiangono. Contraddizione perenne, così potrebbe essere ribattezzata la città. Che conserva e se ne vanta la Madonna di Montenero, patrona della Toscana peraltro, ma poi bestemmia come poche. Anche se, ricordava Benigni, per noi toscani la bestemmia non è solo un esercizio stilistico ma anche un (involontario?) inno alla presenza di Dio.

«L’albero? Non ci sono soldi. Ha fatto bene il sindaco a risparmiare». Davanti il Duomo una ragazza di vent’anni è lapidaria. Ai giovani sembra interessare poco la polemica. I meno giovani, ma molto social, ci si accalorano. «Ho letto facebook – racconta una signora a spasso col marito – può anche essere giusto rivuolere l’abete. Ma in questo Natale così disperato, penso agli operai della Trw, ci sarebbero altri motivi per cui pensare. Poi, certo, alla fine l’abete non era brutto, ora che la piazza è rifatta».

L’argomento risparmio, l’abete costava 10mila euro, non scalda più di tanto. «Sprechi ce ne sono, dipendenti in Comune che non fanno niente anche – commenta un signore sui 60 anni – e poi si poteva trovare uno sponsor. Di sicuro se Nogarin voleva dare un segnale di austerità doveva dirlo ufficialmente, spiegarlo alla città».

In via Grande, certo, nessuno rimpiange i fili di ferro con cui si impostò l’albero del Natale 2013. «Se doveva essere quella schifezza, meglio niente – è caustica una signora – comunque il sindaco faccia un salto a Cecina, io vado spesso perchè ci abita mia figlia. Lì il centro è ben addobbato, illuminato, con un grande abete. Non credo che Livorno sia da meno di Cecina».

Da Baracchino, torniamo ai commercianti, celebre maison delle calzature, la critica verso l’amministrazione comunale è forte. «Già l’illuminazione non è granchè, meglio all’Ardenza. In più non c’è neppure l’albero. Posso capire le difficoltà, ma se si partiva per tempo si poteva trovare uno sponsor, o pensarci noi commercianti. Anche se devo ammettere che si è fatta fatica già a raccogliere i soldi per le luminarie».

Per essere sabato 13 dicembre, meno di due settimane al Natale, c’è poca gente nei negozi. Si fa la fila all’Antica friggitoria per un bombolone (il brivido del dolce costa solo 90 centesimi) ma scarpe e confezioni languono.

Di albero sì, albero no si parla e discute, ma subito l’argomento ne attira altri. Soprattutto un altro. «Ci tocca vivere questi tempi così complicati – spiega un insegnante – è allora il messaggio che arriva dall’albero e dal presepe può sempre essere visto come un messaggio di speranza. Credo che Nogarin poteva pensarci un momento di più, senza liquidarlo con l’idea che era un spesa inutile. L’albero di Natale al centro della città non può essere visto mai come qualcosa di superfluo o di estraneo a quello che siamo noi livornesi».

Molti praticanti che affrontiamo nell’ora dello shopping non transigono. «Vediamo che i maestri non montano il presepe per non urtare gli alunni non cattolici. Ma il presepe, anche più che l’albero, rappresenta la nostra identità. Fu voluto da San Francesco. Ecco ci piacerebbe sapere se il papa, pure così attento al superfluo, pensi che l’albero sia uno spreco».

Una Livorno moderatamente offesa, o meglio delusa. Eduardo domandava a tutti «Ti piace, ’o presepe?» in Presepe a casa Cupiello. Ecco, ai livornesi «’o abete» piaceva. Ed infatti tornerà.

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