Il Tirreno

Livorno

NEL BLU DIPINTO DI BLU

AstroSamantha: io, creatura dello spazio con gli esperimenti livornesi

Mauro Zucchelli
L'astronauta Samantha Cristoforetti in collegamento via satellite con la Kayser (Marzi Pentafoto)
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L'astronauta Samantha Cristoforetti in collegamento via satellite con la Kayser (Marzi Pentafoto)

La prima astraonauta donna italiana, Samantha Cristoforetti, in collegamento diretto dallo spazio con la sede della Kayser, l'azienda livornese che lavora per la Nasa. Lei racconta il suo battesimo del fuoco con i test ideati a Livorno

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LIVORNO. Dentro la stazione spaziale internazionale giocherella con il microfono come fosse Cattelan a XFactor o la majorette della banda di uno strapaesino. Nell’immagine che dall’orbita a 400 chilometri ora sopra il Madagascar fino alla centrale operativa della Kayser, l'azienda aerospaziale livornese che ha il quartier generale fra i boschi di Popogna, Samantha Cristoforetti – anzi, AstroSamantha, la prima donna astronauta italiana – è l'esatto opposto della top gun occhi di ghiaccio, niente cuore e nervi d'acciaio in volo sui cacciabombardieri. Non bastasse il sorriso di questa ragazza di 37 anni, nata in una metropoli (Milano) ma cresciuta in un piccolo borgo del Trentino (Malè), eccola fuori dalla tuta-scafandro, con una polo blu scura, pantaloni verdastri e i proverbiali calzini di cui ha stivato lo zaino.

E se ancora pensate che lassù ci siano iper-palestrati dalla mascella inox Rambo, non perdetevi il comandante Butch Wilmore, 52 anni da compiere a bordo poco dopo Natale, che sul primo monitor a sinistra in sala controllo ballonzola un po' sovrappeso nel modulo spaziale come un uomo di mezz'età qualsiasi in bermuda con i nipotini in un giochino high tech di Disneyworld.

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DAL GABBRO A CAPE CANAVERAL. Da anni le immagini della stazione spaziale arrivano nella sede Kayser all'ex Barcas, sulla provinciale per il Gabbro: sulla parete dell'aula magna aveva volteggiato anche Paolo Nespoli, l'ex parà della Folgore che prima dei trent'anni aveva mollato tutto per reinventarsi prima ingegnere e poi astronauta. In plancia - nella prima iniziativa pubblica organizzata dall'Agenzia spaziale italiana - stavolta sono di turno il capo-progetto Gianluca Neri e Fabrizio Carrai, responsabile del centro operativo, in tandem con l'ingegner Andrea Nanni. Arrivano anche Valfredo Zolesi, origini in zona Argentario e padre fondatore dell’azienda livornese, insieme al figlio David che ne è amministratore delegato.

AstroSamantha non avrà l'identikit da Wonderwoman ma un po' lo è: doppia laurea in ingegneria (meccanica e aeronautica), cinque lingue parlate compreso il russo, sesta assoluta nella selezione fra oltre 8mila candidati della nuova leva di astronauti. Eppure in valigia si è portata i racconti stralunati di Gianni Rodari, “Palomar” di Calvino e “Pilota di notte” di Saint Exupery: distillati di poesia, altro che spirito cartesiano da ingegnere. D'altronde, non poteva essere diversamente se pensiamo che è stata lei a prendere la denominazione ufficiale della missione "Futura 42" e farne l'"Avamposto 42" in nome della "Guida galattica per astrostoppisti", un romanzo fine anni settanta di Douglas Adams che brevetta un filone di fantascienza umoristica fra robot depressi, clandestini a bordo di astronavi e terrestri sfigati.

UN CIELO STELLATO DI CURIOSITA'. Stranezze e curiosità s'infilano dappertutto come i piselli in salsa wasabi "esplosi" in mano all'astronauta Luca Parmitano e finiti in ogni angolino del modulo spaziale. Un esempio? Nella stazione spaziale c'è una icona: sta a contrassegnare la parte dell'ex Urss, che fu patria dell'ateismo di Stato, mentre ora alla partenza dal cosmodromo russo c'è il pope ortodosso che benedice la navicella. Invece sul versante occidentale niente simboli religiosi. «Anche se davanti a una birra fra noi tecnici che lavoriamo con il naso all'insù verso il cielo, finisce spesso che ti ritrovi a parlare di Dio», racconta Zolesi senior che è al tempo stesso iun mix umano di scienziato, imprenditore e diacono cattolico.

IL MISTERO DEL NOME SBAGLIATO. Non è l'unica cosa singolare in un campo come questo: si pensi al fatto che Baikonur, la "città delle stelle" della Russia, è un ritaglio russo in territorio del Kazakhstan. E anche il nome è stato "sbagliato" volontariamente dalle autorità sovietiche: agli inizi per indicare questa località presero il nome di un'altra città a oltre 300 chilometri di distanza per depistare le spie degli americani (che ora dividono con loro metà della stazione). Come se alle porte di Livorno si fossero inventati un paese chiamandolo Courmayeur o una base vicino a Pisa l'avessero ribattezzata San Benedetto del Tronto.

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Questo è un mondo in cui tutto sembra calcolato al milionesimo di secondo: non è forse vero che la stazione spaziale vola a 27 chilometri orari e l'astronave in arrivo da terra con il nuovo equipaggio deve agganciarla in corsa? Non è forse vero che l'attività degli astronauti a bordo è schedulata attimo per attimo? Sì, ma poi scopri che, nel “grande fratello” di telecamere che rimandano 24 ore su 24 le immagini della stazione orbitante, c’è qualche buco perché l’incrocio dei satelliti non copre sempre e ovunque. Di più: basta un nulla per far saltare la routine e la massima virtù non è che tutto sia programmato al millesimo bensì la flessibilità nella capacità reattiva. Insomma, lassù fra le stelle ritroviamo una parabola di quel che la vita è quaggiù fra le pozzanghere e le buche nei marciapiedi-groviera del Comune.

LO STUPORE DI ASTROSAMANTHA. La riprova? Nello stupore bambino che anche un’astronauta addestratissima come Samantha Cristoforetti mostra quando spiega l’emozione nel sentire il proprio corpo che si adatta a diventare “creatura dello spazio”. «Quando uno sogna di diventare astronauta sin da ragazzino è così: mi interessa - dice Cristoforetti - osservare questa esperienza e vedermi trasformare ogni giorno in un una creatura dello spazio, con l'obiettivo di diventare ogni giorno più abile, di volare tra i moduli, di conoscere ogni giorno di più la Iss, di sentirmi più rapida ed efficiente sia nella quotidianità di essere umano che nel lavoro».

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DOVE LA GRAVITA' NON C'E'. Già, perché in assenza di gravità il problema è proprio questo, come spiega l’ingegner Valfredo Zolesi, : «Quanta forza devo mettere per spostare quest’oggetto? Quanto devo stringere nelle mani questa cosa per non farmela sfuggire? Cose che sulla Terra diamo per scontate ma che non lo sono affatto là dove la gravità non c’è». Lo conferma Cristoforetti: «E’ una sensazione eccezionale lasciarsi andare e fluttuare: chiudo gli occhi e cerco di capire i trucchi del mio cervello per abituarsi a questa nuova realtà».

Sono proprio questi gli esperimenti sulla fisiologia umana che la Kayser da anni manda in orbita sulla stazione spaziale (Iss). È stato uno dei test dei laboratori livornesi a rappresentare quello che l’astronauta italiana ha definito «il mio battesimo del fuoco il secondo giorno a bordo: sette ore di esperimenti per capire le reazioni che in assenza di gravità e senza lo scudo dell’atmosfera di fronte alle radiazioni cosmiche hanno i materiali e soprattutto ha il corpo umano come muscoli, ossa, cervello.

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MISSION POSSIBLE: ARRIVARE SU MARTE. È in ballo la “produzione” di una leva di materiali e di astronauti in grado di resistere ai 500 giorni di viaggio verso Marte, la nuova frontiera dell’esplorazione in vista per il 2030-2040. Ma soprattutto è una straordinaria palestra per la ricerca tecnologica di ultra-avanguardia: l’ecodoppler fatto a Samantha a migliaia di chilometri di distanza dal prof. Paolo Zamboni dell'Università di Ferrara non potrebbe essere l’antesignano di quello che fra qualche anno si potrà fare a un indio nel cuore dell'Amazzonia o a un vecchietto in un borgo in cima all'Appennino?

DIETRO I CALCOLI IL SOGNO. Resta comunque una radice di poesia. Anzi, due o forse tre. E' un triplo flash quello che Samantha Cristoforetti consegna nella sua prima "inflight call" (in cui lei, che ha ormai 200mila follower su twitter, racconterà anche l'astro-chat con Zucchero Fornaciari).

Il primo flash, quando ha salito la rampa per salire sull'astronave alla partenza: «Al momento di salutare da là la gente a terra, sulle scalette il vento portava tutto il vapore gelido del combustibile verso di noi: eravamo avvolti e la nostra visuale era a intermittenza. Quasi un abbraccio freddo e surreale da parte del nostro pianeta dal quale stavamo per allontanarci».

Il secondo, al momento di arrivare a bordo della stazione spaziale. «Ero in una posizione tale che l’ho vista quando era ormai a 30 metri di distanza: sullo sfondo il sole che stava per scomparire ha inondato il cielo di un arancione che è stato un torrente di emozioni».

Il terzo, uno sguardo dalla cupola, la grande finestra della stazione spaziale, a questa povera Italia sfibrata e presa a calci: «Vedere l'Italia dallo spazio è un'emozione intensa, che ti scalda il cuore. Com'è vista dallo spazio? Proprio bella, sarà per la sua forma caratteristica a stivale, sarà perché è molto luminosa».

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di Redazione web