Italia
Per diventare leggenda ci vuole il talento del “barbone”
LIVORNO. Per vivere la strada da protagonisti, benvoluti da vivi e mitizzati da morti, ci vuole talento. Talento inconsapevole e un mix di originalità, follia e saggezza che fa la differenza.
Poi qui ci vuole anche il fattore L, livornesità di origine controllata, e forse in ogni città è lo stesso: adotti con benevolenza il freak, il borderline, il diseredato che parla il tuo dialetto, che colma le distanze con un boia dé, che ha una storia che conosci e quindi non ti spaventa. Gli eccessi diventano così folklore, la marginalità un fiore all’occhiello, persino l’invadenza è tollerata perché ha un sapore casalingo.
E questi personaggi, da vivi ma ancora più da morti, diventano il simbolo di una ribellione sognata, fanno parte della comunità eppure non ne rispettano tutte le regole, la loro esistenza fatta di eccessi e precarietà affascina e intenerisce chi alle regole deve stare ma può illudersi di essere uno spirito libero perché a un Nocchi offre una birra, a un Cutolo una sigaretta, alla coppia di punkabbestia gentile compra una scatoletta di cibo per il cane.
Una simpatia che fa sentire inclusivi anche se poi di tutti quelli che ora su Facebook piangono “Massy” (il Nocchi) sono davvero pochi quelli che se lo sarebbero portato a pranzo a casa. Così come nel celebrare la memoria di Cutolo ci si dimentica che sapeva essere anche aggressivo e che ai bambini faceva paura. Da vivi con le dovute precauzioni ma soprattutto da morti i nostri borderline più appariscenti diventano leggende e ora che i sentimenti si postano sui social network con effetto moltiplicatorio spuntano fuori decine di immagini per celebrarli.
Un amaro privilegio che comunque tocca solo a pochi “eletti” mentre viene negato a tutti gli altri mendicanti, agli homeless che non brillano per eccentricità, alla vecchietta che cerca di vendere fazzoletti di carta. Per non parlare del lavavetri che ogni giorno ti ritrovi all’incrocio, del senegalese che staziona davanti al solito bar da una vita. Per loro al massimo potrà esserci un’offerta, un sorriso imbarazzato, ma mai la beatificazione. E non è una questione di razzismo ma di comunicazione.
Quelli come il Nocchi, Cutolo, Cardosi, Pelagatti l’uomo del megafono, avevano infatti appunto il talento. Così come ce l’hanno altri personaggi speciali che puoi incontrare alla stazione, al mercato, in centro. Capaci, nella loro esistenza ai margini, di rapportarsi alle persone “normali”. Di instaurare un pur delirante dialogo, di smuovere qualche emozione, di farsi conoscere. Artisti a loro modo ed ecco cosa li ha resi nel loro piccolo famosi. Artisti che in strada mettevano e mettono in scena la loro vita, le loro debolezze, le loro battaglie. Quello che sono e quello che forse avrebbero voluto essere.
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