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Città in crisi, il questore: «La protesta va capita»
Marcello Cardona sull’autunno caldo per colpa della crisi occupazionale «Le ideologie fuori dalla piazza, parliamo con chi scende in strada per fame»
LIVORNO. «Manifestare, nel rispetto degli altri, è un diritto e lo è sempre stato. Tanto più oggi, dove le ideologie, rispetto a vent’anni fa, sono uscite dalla piazza e chi scende in strada, come accade a Livorno, lo fa mettendo al centro della protesta lavoro e fame. Ecco perché sto chiedendo a tutti i miei collaboratori di portare il massimo rispetto nei confronti di chi partecipa alle manifestazioni. Perché la protesta va capita e l’unica possibilità che le forze dell’ordine hanno in questo momento per evitare che possano crearsi problemi e tensioni, è quello di prevenire. Come? Parlando con queste persone, cercando di capire il loro disagio e le loro ragioni».
Il questore Marcello Cardona parla a una settimana dalla manifestazione che ha visto scendere il piazza la vertenza Livorno, 5mila persone che chiedono alla città di non morire.
La città sta attraversando la peggiore crisi occupazione dal dopo guerra ad oggi e questa paura si sta riversando in strada dando origine a una protesta continua. Ormai ogni settimana ci sono uno, due cortei...
«Analizzare le tematiche che hanno portato a questa situazione è un compito che spetta ad altri. Quello che è certo è che Livorno è, ad oggi, una delle città italiane con la situazione più complicata: sta vivendo un malessere dovuto alla mancanza di lavoro e questo sentimento si riversa in piazza».
Per adesso, per fortuna, non si sono verificati episodi di scontri e la protesta è rimasta sempre sui binari della legalità. Ci sono rischi per il futuro?
«La speranza ovviamente è che non si verifichino incidenti. Ma per garantire la sicurezza di tutti è necessario che la città diventi un modello nazionale per il rispetto del lavoratore. Questo è possibile, come sottolinea sempre anche il capo della polizia, il prefetto Alessandro Pansa, attraverso la prevenzione».
Cosa intende per prevenzione?
«Le faccio due esempi concreti rispetto a quanto accaduto a Livorno in questi mesi. Il primo riguarda il caso delle due manifestazioni una pro e una contro alle unioni civili che è avvenuta a metà settembre. In quella occasione le persone che volevano difendere la famiglia tradizionale si erano date appuntamento alla Terrazza Mascagni. Quando abbiamo visto che la contro manifestazione voleva andare nella stessa direzione, forse per arrivare a un contatto, abbiamo detto loro che potevano continuare a manifestare il loro pensiero ma in un’altra zona della città. Così abbiamo evitato che si arrivasse a un contatto. L’altro esempio riguarda i cortei dei lavoratori. Ecco, in queste situazioni l’obiettivo è il dialogo e la conoscenza di ogni singola situazione: le forze dell’ordine devono essere viste da chi protesta quelli che aiutano a manifestare il proprio pensiero e non di chi limita la libertà, perché gli sbarramenti creano solo nuove e maggiori tensioni. E l’opera di prevenzione è appunto quella di non creare le condizioni per arrivare al conflitto».
Ma nel caso in cui la tensione salisse ancora?
«Ad oggi la situazione è questa, ma sappiamo molto bene che le variabili possono cambiare molto rapidamente. Ecco perché in piazza non servono professori ma persone attente alle problematiche del lavoratore».
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