Il Tirreno

Livorno

Quella città nascosta: quante strane storie tre metri sotto la strada

di Lara Loreti
Quella città nascosta: quante strane storie tre metri sotto la strada

Dalla mummia di Gaetano Arrighi alla “curva della morte”. Oggi è la “casa accoglienza” per tossici e senza tetto

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LIVORNO. “Lungo il viale deserto, nel profondo silenzio della notte, i carri percuotevano con l’eco dei loro monotoni scossoni (...) le facciate delle case...”. Ben si adatta l’immagine scelta da Émile Zola nell’incipit del suo Ventre di Parigi, per descrivere il suono, amplificato dall’inquietudine, dei carrelli del trasporto salme che si muovono lungo gli 800 metri di corridoio nei sotterranei dell’ospedale. Caverne, all’apparenza senza fine, che corrono dal vecchio pronto soccorso fino alla camera mortuaria, sotto sei dei vecchi reparti. Cunicoli da cui si dipanano altri rami, a fondo cieco, sovrastati da tubi enormi, e usati come magazzini. Un percorso da romanzo, e perché no da film: era il 1992 quando Tim Burton conduceva gli appassionati della saga di Batman (Il ritorno) negli interstizi delle fogne di Gotham City, in un duello mozzafiato tra il Pinguino e Batman.

Ma neanche un regista visionario come Burton poteva arrivare a immaginare le suggestioni che, tra mito e storia, si sono rincorse negli anni sui sotterranei dell’ospedale. Un esempio? La mummia di Gaetano Arrighi, detenuto penale del bagno di Livorno, morto nel 1836. Il suo corpo, imbalsamato, per anni servì come modello anatomico all’interno della scuola infermieri labronica. E rimase nell’ospedale livornese fino al 2005, anno in cui la mummia fu ceduta al museo di anatomia umana di Pisa. Sulla salma di Gaetano è stato scritto di tutto. Ed è ancora facile strappare un sorriso a chi, veterano dell’ospedale, ricorda quando tra gli infermieri usava fare scherzi ai nuovi arrivati, spingendoli a recarsi in quella stanza dove si poteva avere un sorprendente faccia a faccia con la mummia, in “persona”.

E che dire della cosiddetta curva della morte? Lo racconta un esperto dell’argomento: «Alla fine degli ottocento metri dei sotterranei, prima di arrivare alla morgue, c’è una curva in salita: lì i portantini dovevano prendere la rincorsa per riuscire a condurre su le salme. Ed era il pezzo più temuto perché c’era il rischio che i corpi si catapultassero«. E aggiunge: «Il gruppo degli addetti al trasporto venne ribattezzato “squadra del prosciutto” perché era formato per lo più da persone che venivano dalla campagna».

Negli ultimi dieci anni i sotterranei, oggetto anche di inchieste giudiziarie, sono stati parzialmente ristrutturati. Ma l’aura di mistero che vi aleggia intorno è rimasta intatta. Si è accentuata fortemente però la loro funzione di accoglienza di persone in difficoltà: indigenti e tossici in primis. Giovani con problemi di droga, fino a poco tempo fa, avevano occupato un’intera, ampia stanza, dove poi sono state ritrovate siringhe e altri oggetti legati a spaccio e consumo soprattutto eroina.

I sotterranei hanno a più riprese ospitato anche la colonia felina dell’ospedale, trascinandosi tutte le polemiche legate alle conseguenze igieniche del fenomeno. Del resto, dove c’è un arcano non può mancare un felino, e neanche un fantasma: c’è chi giura di aver visto lo spirito di Gaetano aggirarsi nelle gallerie del viale Alfieri...

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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