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L’INTERVISTA

«Ma il cinema non può essere solo pop-corn»

Cristiana Grasso
«Ma il cinema non può essere solo pop-corn»

Il regista Pupi Avati: gli incassi servono ma vuoi metter le vecchie sale...

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Ciascuno si porta nel cuore il “suo” film di Natale. Un cartone Walt Disney, “Bambi” per emozionarsi, “La carica dei 101” per trepidare, “La Bella e la Bestia” per sognare. Nel cuore del regista Pupi Avati, intelligente e gentile maestro del nostro cinema, dimora “Robin Hood”quello con Errol Flynn. 

Veniva dall’America quel film, dove era uscito qualche anno prima, ed era a colori, proprio per celebrare il rito del cinema natalizio in un paese disastrato dalla guerra. “Le leggenda di Robin Hood”era il titolo intero e si portava dietro la speranza di un mondo migliore. «Ecco, io è quello il film che associo al Natale, forse perché grazie a mio nonno che conosceva il proiezionista del cinema, era il cinema Astra, riuscii a portarmi a casa un pezzo di pellicola, un metro e mezzo, poi con mille marchingegni con una lente e una abat-jour proiettavo quello spezzone a casa, ai miei amici. E poi fu il primo film a colori che arrivò nella Bologna che si leccava le ferite, che salutò come un miracolo il ritorno dell’illuminazione pubblica».

Racconta Pupi Avati il piacere, gli odori, le suggestioni di quel rito e sembra un film nel film. «I cappotti tutti ammassati sui sedili di legno, il fumo delle sigarette e noi ragazzi che quel “Robin Hood” ce lo restammo a vedere per due, tre volte, fino a che la sala non chiudeva».

Perché anche “il film di Natale” era un lusso?
«In quell’occasione andavamo in un cinema di prima visione. Altrimenti per il resto dell’anno ci accontentavamo delle terze visioni, dove facevano due, tre film diversi. Ci sedevamo vicino allo schermo e la nostra vita non era più banale, eravamo a cavallo con John Wayne e alla fine ci convincevamo che esistesse davvero».

Oggi il cinema inteso come luogo ha perso la sua magia. Il grande pubblico lo snobba e i film se li vede a casa o sul tablet. Eppure il rito del film di Natale resiste. Magari con i cinepanettoni. È un bene per il nostro cinema?
«Quando il cinema incassa è sempre un bene. Non esiste cinema senza incassi. Sì, il pubblico per le feste natalizie riscopre il cinema e mi sembra che lo faccia con un gusto non poi così diverso da quello che provavamo noi, bambini di un’altra epoca. E noto anche che c’è molta predisposizione verso il film italiano comico. Io non trovo questo disdicevole, capisco che ci sia voglia di svagarsi, di non portarsi sempre sulle spalle il peso delle pene del mondo. Purtroppo talvolta certi film, costruiti su misura per far ridere in realtà rivelano solo l’ostinazione a far ridere» .

Con i suoi film e la sua poetica lei ha fatto la storia del nostro cinema dai primi anni Settanta in poi, vinto premi, incantato il suo pubblico con i generi più diversi, dalla commedia all’horror. E i famosi incassi?
«Un punto dolente, perché i film come i miei non sono destinati a diventare campioni d’incasso. Ho sempre dovuto dibattermi molto con questa verità. E ora, con la morte delle vecchie sale e con il generale calo di spettatori, è ancora più difficile».

Non ha lo stesso sapore il cinema nella multisala?
«Non ha sapore. Come non rimpiangere i tempi in cui c’era gente in piedi, si restava a vedere il film anche due o tre volte, c’era appunto quel’odore inconfondibile di polvere, di sigarette, di gente? Oggi hai il posto assegnato, a fine proiezione te ne devi andare, l’unico odore che senti è quello del popcorn».

Il suo ultimo film, “Il ragazzo d’oro”, con Sharon Stone e Riccardo Scamarcio, uscito qualche mese fa è stato premiato al Montreal Film Festival a settembre. Non sarà stato campione d’incassi ma è comunque una bella soddisfazione.

«Sì, ma ripeto, l’incasso è importante. Ogni giorno è più difficile raccontare storie che abbiano un minimo di senso e di ambizione. Non disponiamo più di una vera libertà, siamo costantemente ricattati dal mercato. Non possiamo più permetterci di fare qualcosa che non vada bene in termini di incassi al botteghino o di share. E dire che i capolavori per cui tutto il mondo ci ha conosciuto non erano successi commerciali. Io resisto, ma tenere presente di continuo i dati della “quantità” svilisce anche la qualità della proposta».

A gennaio su Raiuno vedremo il suo ultimo lavoro, “Con il sole negli occhi”, storia di un bambino che arriva dalla Siria. Un tema che l’appassiona?

«Molto, e soprattutto mi interessa il tema del ricongiungimento familiare. Il piccolo protagonista sbarca a Lampedusa dalla Siria ed è solo. Un’avvocata, Laura Morante, cercherà di farlo ricongiungere con i suoi fratelli che vivono in Germania. Perché è la, è nel resto d’Europa che la maggior parte dei migranti vuole andare quando arriva da noi ma l’Europa non ci aiuta a gestire gli sbarchi, e questo è scandaloso. Così dobbiamo fare tutto da soli, la Guardia Costiera svolge un lavoro encomiabile, i volontari delle varie associazioni lo stesso. Ma non basta. Io voglio raccontare questo dramma. Con gli occhi di un bambino, con una sensibilità che mi auguro emozionerà gli spettatori».

@crigrasso

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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