Il Tirreno

Livorno

Bacci: sulla raffineria Eni chiamo in causa il governo

di Mauro Zucchelli
Bacci: sulla raffineria Eni chiamo in causa il governo

Il sindaco colligiano: lo Stato è l’azionista principale e non può stare alla finestra L’assessore regionale Simoncini scrive al ministro Guidi: anche noi al tavolo

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LIVORNO. «Una cosa è certa: non mi accontenterò di affrontare questa storia della raffineria solo facendo un po' di teatrino e mettendo la firma in calce a qualche documento pieno di belle parole. Cosa chiedo? Un faccia a faccia con il governo perché fino a prova contraria lo Stato ha ancora in mano il 30,1% dell’Eni e ne è l’azionista numero uno: non può rimanere alla finestra senza far nulla». Lorenzo Bacci, sindaco di Collesalvetti, ha un diavolo per capello: non ci sta a veder cuocere a bagnomaria il destino della più importante industria del territorio.

TRIPLO SCIOPERO

Non l’ha sorpreso granché l’allarme del coordinamento nazionale Cgil Cisl Uil dell’Eni che ha lanciato un triplo round di scioperi fino a mettere in canna l’idea di farne uno nazionale «nella prima settimana di novembre». I sindacati mettono in fila «la vendita della raffineria di Livorno» insieme alla «chiusura del cracking di Porto Marghera e della raffineria di Gela», alla «probabile dismissione di quello di Taranto» e alla decisione di «procedere alla cessione di ramo d'azienda a Sarroch»: una sfilza di scelte che non sono altro se non la «dismissione violenta della presenza industriale Eni in Italia».

«Non stiamo parlando di un gruppo in crisi: certo – avverte Bacci – il settore della raffinazione ha aspetti problematici, ma la risposta non può essere una soluzione che ha un contraccolpo devastante. Parlo della raffineria di Stagno per il nostro territorio ma qui è in ballo una strategia che non coinvolge solo Colle bensì tutto il Paese. Chiedo un incontro ristretto al governo. Ai cancelli con gli operai? Non mancherà l’occasione, statene certi».

LA LETTERA DI SIMONCINI

Del resto, l’assessore regionale Gianfranco Simoncini aveva spedito ai primi di agosto – più di un mese e mezzo fa, insomma – una lettera ufficiale al ministro dello sviluppo economico Federica Guidi per chiedere che la Regione Toscana venisse inserita nel tavolo nazionale, aperto su richiesta dei sindacati, per prendere di petto i problemi dell’industria della raffinazione petrolifera. «La richiesta l’ho poi ripetuta anche al viceministro De Vincenti», rincara Simoncini.

E, prima ancora, in primavera era stato Marco Ruggeri, consigliere regionale Pd e candidato al voto amministrativo, a scrivere al premier Renzi per chiedere chiarezza sul futuro, visto che «l’Eni negli ultimi anni ha interrotto ogni forma di investimento in Italia, salvo pochissime eccezioni: la cosa mi preoccupa per noi e per l'Italia». Con un aut aut: o lo Stato sta dentro Eni se quest’ultima innova prodotti e processi industriali per il l'Italia o, «se deve poi comportarsi come le altre multinazionali, usiamo quelle risorse per finanziare altro».

MA GIÀ DA ANNI...

Visto con il senno di poi, non è stata che una parentesiquel che era parsa l’inversione di tendenza con il numero uno Giuseppe Recchi che appena 14 mesi fa annunciava 200 milioni di investimenti sulla raffineria di Livorno. Figurarsi che, dopo aver chiuso il tentativo di vendere a Klesch cinque anni fa, ancora nel gennaio 2010 l’allora amministratore delegato Paolo Scaroni: «Fossi in voi spererei in un compratore, adatto alle dimensioni e alle caratteristiche dell'impianto»...

Le sorti della raffineria livornese dell'Eni non dipendono da quel che avviene all'interno del milione e mezzo di metri quadri alle porte di Stagno. E nemmeno da quanto sono capaci, produttivi o affidabili gli oltre 750 addetti, indotto compreso. A dirlo sono due aspetti convergenti: da un lato, la multinazionale del “cane a sei zampe” sta ripensando radicalmente le proprie strategie e immagina di uscire dalla raffinazione o quantomeno di ridurre drasticamente i propri impianti di questo tipo in Italia; dall'altro, è l'intero settore della raffinazione a essere in Europa preso nella morsa fra la crisi dell'economia continentale e l'eccesso di capacità produttiva.

È un combinato disposto tale da poter avere un esito ambivalente. Dentro la doppia tempesta lo stabilimento livornese ha una taglia medio-piccola con specificità di “nicchia”. E questo, per un verso, gli consente di non pesare troppo sui conti di Eni (che dunque non faticherebbe molto a tenerlo sotto la propria ala) ma, all'opposto, lo rende anche “leggero” sul ring dove si deciderà quali impianti tagliare. Non a caso, erano stati di nuovo i vertici Eni a dire che tendenzialmente, gli impianti più piccoli e meno evoluti sono penalizzati: come Livorno e Venezia.

Già nel 2010 l’allora amministratore delegato Paolo Scaroni aveva sottolineato che la capacità di raffinazione «è largamente eccedente in Europa». Aggiungendo esplicitamente: «A questo punto bisogna decidere quali sono le raffinerie che stanno in piedi e quali no».

IL DOSSIER DEI PETROLIERI

Anche l’ultima relazione annuale dell’Unione Petrolifera insiste sulla «profonda fase di trasformazione per adattarsi ai cambiamenti nella composizione della domanda e nella sua distribuzione geografica, che sta premiando i Paesi non-Ocse (Asia, India e Medio Oriente)». Colpa del fatto che «la debolezza dei margini di lavorazione e tassi di utilizzo intorno all’80%» non bastano per reggere la competizione con le raffinerie low-cost«sorte negli ultimi anni in Asia e Medio Oriente, e più recentemente, negli Stati Uniti». Come reagire? La ricetta dei petrolieri è una: portare i tassi di lavorazione intorno al 90%, ma questo significa «tagliare almeno altri 1,4 milioni barili/giorno solo a livello europeo, l’equivalente di 10 raffinerie».

È in questo quadro che salta fuori la svolta in casa Eni: ma chissà quanto c’entra anche il fatto che il governo punta a mettere sul mercato una quota fra il 4 e il 5% di Eni (anche se in qualche occasione il premier Renzi ha frenato).

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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