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«Io punito dopo il Moby, lo Stato rimedi con De Falco»
Il capitano di corvetta Renato Roffi trasferito tre giorni dopo la tragedia del 1991 «Nel posto che gli hanno assegnato ci va chi è destinato alla pensione»
LIVORNO. «Il tempo per rimediare da parte dello Stato ci sarebbe, bisogna vedere se c'è la volontà e un briciolo di anticonformismo per non appiattirsi sulle direttive di qualcuno».
Così Renato Roffi, ex capitano di corvetta livornese, che 23 anni fa fu trasferito nel giro di tre giorni dopo avere denunciato gli errori della Capitaneria di porto di Livorno nella gestione dei soccorsi per la tragedia del Moby Prince, commenta il trasferimento del comandante Gregorio De Falco dalla centrale operativa della Capitaneria di porto di Livorno al Centro Studi della Direzione marittima avvenuta mercoledì e che vedrà lunedì l’avvicendamento.
«È difficile pensare - dice al telefono - che il suo provvedimento arrivi dal comando generale della Guardia Costiera, perché il comportamento di De Falco ha dato lustro al corpo, penso semmai a una decisione presa della Marina militare. E ha assolutamente ragione De Falco, che conosco appena, quando dice che in quel posto ci vanno solo ufficiali in attesa di andare in pensione o che hanno alle spalle una carriera tutt'altro che brillante. Insomma, è una deminutio capitis bella e buona».
Roffi in questi giorni rivive ciò che capitò a lui nella primavera del 1991 all’indomani di un’altra tragedia navale come quella avvenuta davanti alla rada di Livorno e da allora ha ingaggiato un lunghissimo braccio di ferro con lo Stato che lo ha visto quasi sempre vincitore.
«Sono più di 20 i ricorsi al Tar vinti per valere le mie ragioni - racconta - e l'ultimo è recentissimo e impone a un comandante ormai in pensione di riscrivere le mie note caratteristiche».
La sera del 10 aprile 1991 Roffi non era in servizio e non fu neppure richiamato, benchè fosse da tempo a capo della sezione sicurezza della capitaneria di porto livornese.
«Chiamarono tutti ma non me - ricorda - e io seppi del disastro solo il mattino seguente e allora mi precipitai al lavoro. In breve, dai racconti di colleghi e amici capii che la gestione dei soccorsi fu fatta male e lo denunciai subito in una relazione scritta. Tre gironi dopo, con un telex, mi trasferirono a Civitavecchia».
Da allora l'ufficiale iniziò un lungo contenzioso con lo Stato che dura ancora oggi, nonostante, lui abbia definitivamente lasciato l'amministrazione nel 2005.
«Perché non fui richiamato quella sera? Tra me e l'allora comandante del porto Albanese c'era un conflitto aperto per varie ragioni ed evidentemente lui non mi voleva tra i piedi. Oggi, 23 anni dopo, ho paura che anche Gregorio De Falco stia pagando i dissapori personali di qualcuno». Intanto, infuria la polemica. Anche politica.
«Anche ai miei tempi fioccarono le interrogazioni parlamentari - conclude Roffi con un briciolo di delusione - e piovvero dall'intero arco costituzionale. Ma al di là dei titoli sui giornali, nulla accadde. Mi auguro che per De Falco possa andare diversamente e che la politica aiuti lo Stato a rimediare. Anche perché la spiegazione degli avvicendamenti naturali non regge, visto che proprio a Livorno vi è un ufficiale che da oltre vent'anni comanda la stessa sezione».
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