Il Tirreno

Livorno

Porto, il maxi flop del Reefer: chiesto il concordato preventivo

di Giulio Corsi
Porto, il maxi flop del Reefer: chiesto il concordato preventivo

La Compagnia porta in tribunale i conti del terminal costato 25 milioni di leasing. Nel nuovo piano industriale ecco forestali e metalli

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Il termine giuridico è concordato preventivo con riserva, ma gli esperti di diritto fallimentare l'hanno ribattezzato safe harbour, porto sicuro. E' lì che la Compagnia Portuale ha deciso di rifugiarsi per tentare il salvataggio del Terminal Reefer Livorno, la società specializzata nella movimentazione e nello stoccaggio di prodotti agroalimentari, costituita nel 2006, diventata operativa nel 2011 e oggi in mano al cento per cento alla Cpl.
Un magazzino refrigerato grande quanto due campi di calcio, quasi 11mila metri quadri di celle a temperatura differenziata da meno 2 a più 18 gradi, una banchina dedicata di 350 metri in lunghezza, una capacità di movimentazione di 400mila tonnellate l'anno, il Reefer era nato con l'ambizione di diventare polo unico in Italia per la logistica della frutta fresca, testa di ponte per lo sbarco nel Belpaese dei prodotti ortofrutticoli sudamericani, nordafricani e asiatici, dalle pere argentine agli agrumi dell'Uruguay fino naturalmente alle banane del Mozambico. E invece il terminal non è mai riuscito a funzionare a pieno regime, divenendo da subito un mausoleo semideserto, e quei 25 milioni di leasing spesi per costruirlo si sono trasformati in un boomerang finanziario, un bagno di sangue per la Compagnia. Che dopo aver presentato il Reefer come gioiello di casa, il 20 agosto scorso è stata costretta a portare i libri della sua controllata in tribunale, umiliante epilogo di un abbaglio strategico-industriale.


Un riparo dal rischio di fallimento. La scelta dei vertici di via San Giovanni è stata quella di chiedere il concordato ex articolo 161 comma 6 della legge fallimentare, e attenzione, il dettaglio non è indifferente: si tratta infatti della più recente opportunità offerta dal nostro ordinamento in termini di diritto fallimentare, che ispirandosi al sistema statunitense, garantisce anzi quasi favorisce la possibilità che un imprenditore in crisi avvii immediatamente la procedura, mantenendo però la gestione dell'impresa - seppur sotto la supervisione del giudice -, e allo stesso tempo abbia sei mesi per predisporre un nuovo piano industriale e finanziario, conducendo direttamente le negoziazioni con i vari soggetti coinvolti, soci, banche, fornitori e lavoratori. Il tutto sotto la protezione del porto sicuro invocato dai giuristi, cioè la garanzia che i creditori non possano avviare azioni esecutive o cautelari sui beni del debitore. «Con questa scelta ci siamo schermati, è stata una difesa preventiva da eventuali attacchi di creditori o da decreti ingiuntivi che avrebbero potuto mettere in crisi la continuità aziendale», ammette Enzo Raugei, presidente della Compagnia e anche del cda di Reefer. Ed è chiaro che l'operazione, oltre a salvaguardare Reefer, dovrebbe tenere al riparo soprattutto la Cpl da un contagio possibile e rischiosissimo.


25 milioni di leasing. Il grosso delle pendenze di Reefer, manco a dirlo, è rappresentato dal rimborso dei finanziamenti che gli istituti di credito hanno concesso, ma il vero problema sta in un business che non è mai decollato, incapace da sempre di produrre utili ma anche di tamponare le rate di un leasing esorbitante. Non è un caso che nell'ottobre scorso la società ha chiesto e ottenuto una moratoria, con la sospensione per dodici mesi del pagamento della quota capitale. Al 31 dicembre 2013 il valore residuo da ammortizzare era di 24 milioni e 946mila euro, esattamente l'intero costo del terminal.


3.5 milioni di debiti. Se da una parte il rimborso del leasing rappresenta un punto interrogativo sul futuro del Reefer, dall’altra ci sono i debiti. Al 31 dicembre 2013 la società ne contava oltre 3.5 milioni, di cui 1 milione 843mila verso fornitori, 427mila verso le banche e 987mila verso mamma Compagnia. E’ stata proprio la prima voce, quella relativa ai debiti verso il variegato universo dei piccoli fornitori, ad aver fatto passare notti insonni ai vertici di via San Giovanni fino alla scelta - maturata insieme al nuovo partner fiorentino Cft - di chiedere il concordato con riserva. Di chi si tratta? Di ditte che hanno partecipato alla costruzione del terminal, fornitori e autotrasportatori, che oggi vantano crediti complessivi attorno al milione e 800mila euro.
«I leasing accesi hanno la garanzia da parte della Compagnia, il che rappresenta un elemento di sicurezza per gli istituti di credito - conferma Raugei -. Alla scadenza della moratoria, tra l'altro, chiederemo di prolungare la sospensione e in questo senso siamo fiduciosi che ci verrà accordata. Diversa era invece la situazione con i piccoli creditori, davanti alla quale, anche consierando il calo del fatturato del 2014 e il conto economico preoccupante, abbiamo deciso di presentare la domanda di preconcordato».


L'addio di Del Monte e la cassa integrazione. Se negli anni passati la situazione economica di Reefer è sempre stata tra le più critiche tra le società orbitanti attorno alla Compagnia, la fotografia dei conti 2014 della società è ulteriormente peggiorata.
Del Monte e Dole hanno nuovamente interrotto il rapporto con Livorno: «Per motivi commerciali - evidenzia Raugei - hanno cambiato il porto di scalo dei propri contenitori, il che ci ha costretti ad attuare immediate iniziative per ridurre le voci di costo, comprese quelle del personale». La prima mossa è stata la richiesta della cassa integrazione ordinaria a rotazione per i 18 dipendenti, scattata il 10 marzo. Ma l'ammortizzatore sociale, da solo, chiaramente non poteva bastare, davanti ad un bilancio che nell'anno migliore della vita di Reefer - il 2013 - si era chiuso in attivo (più 214.527 euro) grazie ad un milione e 293mila euro inseriti alla voce ricavi e derivanti da un risarcimento danni della stessa Dole. Basta una semplice sottrazione per capire che senza quel milione e rotti, anche nell'anno d’oro di Reefer, ci sarebbe stato un altro rosso. Che avrebbe fatto seguito alla perdita di 2 milioni e 165mila euro ingoiata nel 2012.

Un utile contaminato. «I positivi risultati complessivi del bilancio 2013, fortemente contaminati da componenti di ricavi non strettamente legati a traffici commerciali ed attività operative effettivamente svolte dal terminal, evidenziano per il futuro l'incapacità della società di poter gestire un sostanziale equilibrio economico e finanziario», ha scritto il revisore dei conti Giampaolo Scalabrella a commento del bilancio 2013. E mai previsione fu più centrata. Lo stesso Scalabrella tra l'altro evidenziava lo scorso aprile - davanti alla contrazione dei volumi registrata nel primo trimestre - come «la continuità aziendale futura potrà essere garantita esclusivamente attraverso un intervento incisivo e tempestivo di rivisitazione del piano industriale societario».

Il nuovo piano industriale. L’analisi del revisore apriva di fatto la fase della vita del Reefer. Riproponendo la domanda che da almeno due, tre anni frullava nelle menti dei vertici della Compagnia e che ora dovrà trovare una soluzione, visto che il tribunale attende il piano industriale finalizzato al rilancio: come riconvertire il terminal? «Ci stiamo lavorando, spero che riusciremo a presentarlo il prossimo mese», confida Raugei.
L'idea però è già delineata ed è quella di sfruttare gli infiniti spazi del terminal-mausoleo con le cosiddette merci dry bulk, cioè le rinfuse solide, e metterlo a servizio anche delle altre società della Compagnia. «L'obiettivo è ottenere dalle cosiddette merci dry, dai forestali ai metalli, quella parte di fatturato che non riusciamo ad avere dalla frutta a temperatura controllata», spiega Raugei. Entrando poi nei dettagli: «Come gruppo ci siamo spesso trovati a rivolgerci fuori, alla ricerca di magazzini per lo stoccaggio di cellulosa e altre merceologie. Bene, se ci organizziamo per gestire le merci sfruttando gli spazi del Reefer, tutto rimarrà in casa».
La formula magica per tentare l'ultimo salvataggio del terminal dell'ortofrutta sarà insomma l'addio totale (o quasi) all'ortofrutta.
 

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