Gioco
Ora la vigilessa smista il traffico delle riforme
Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani di Firenze quando il sindaco era Matteo Renzi, ora guida dell’ufficio legislativo del governo. Ma a Palazzo Chigi non mancano le trappole
«Io mollare? Neanche per idea. Le difficoltà ci sono, ma non mi arrendo. Mi piace una frase di Gandhi che recita: “Il cambiamento parte per primi da noi stessi”. Ecco, io mi sono messa in gioco, ma chiedo anche agli altri di fare altrettanto», risponde con un sorriso di sfida Antonella Manzione.
La Vigilessa, come la chiamavano a Palazzo Chigi, agli inizi del suo arrivo, il 2 maggio scorso, alla guida del Dagl (il dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio), è nel mirino, bersagliata dai super burocrati dei ministeri. Da lei passano i decreti e i provvedimenti di legge del governo e se la deve vedere con i capi di gabinetto, i direttori generali, i capi degli uffici legislativi dei ministeri. «La Manzione? È la scommessa più azzardata del “cambioverso” renziano: trasformare una dirigente della provincia toscana nella domatrice di leoni nel circo in cui transitano le leggi del governo», scrive Marco Damilano sull’Espresso. E Il Messaggero titola così un’intervista alla Vigilessa: «Accolti a palazzo Chigi tra trappole e diffidenze». Anche se lei precisa che si tratta di una deduzione giornalistica, però ammette «che il cambiamento imposto dal governo comporta inevitabili reazioni. Cambiare è spesso faticoso. Chi ha cercato di innovare in questo paese ha sempre incontrato resistenze».
Quarto piano, palazzo Chigi. L’ufficio della Manzione è al quarto piano di palazzo Chigi, si sale in ascensore passando dal cortile grigio e un po’ smunto dove Renzi ha allestito la scenetta del gelato. Ci accoglie nella sua stanza vestita in maglietta, pantaloni e scarpe sportive («La divisa di vigilessa? L’ho restituita. Ne conservo solo una per ricordo», risponde). La stanza è piccola, ma dalle finestre la vista è mozzafiato: la piazza con la bimillenaria colonna di Marco Aurelio, via del Corso e sullo sfondo l’altare della patria. L’ufficio del premier è al primo piano, proprio sotto alla stanza della Manzione, e anche la sua finestra dà su piazza Colonna, come si è visto anche nel videomessaggio contro la Camusso.
L’addetto stampa si preoccupa di mettere in ordine il tavolo colmo e disordinato di documenti (tra i quali un plico di Roberto Zaccaria, l’ex presidente della Rai). Sul tavolo c’è anche la foto della figlia Carolina, 16 anni, bellissima: «È il mio cuore. Lunedì scorso l’ho accompagnata al suo primo giorno di scuola. E ho spento il cellulare: non c’ero per nessuno, neanche per Renzi...», racconta.
Un gufo sul tavolo. Ci sediamo mentre il fotografo la bersaglia di flash e raccomandazioni, lei è come stordita: «Neanche quando mi sono sposata mi hanno scattato così tante foto», sorride con imbarazzo. Poi ci mostra un curioso gufo antigufate, da cui estrae un biglietto che racconta «la forza malefica delle gufate». Ah, il gufo. Quanti rosiconi, quante gufate per Renzi e lei, l’ex Vigilessa a parare gli attacchi al premier. Nel Palazzo si dice che sia il bersaglio su cui attirare le frecce indirizzate contro il premier. «Oh, mica sono San Sebastiano, che peraltro è il santo patrono dei vigili. Il premier è Renzi. Da me passano tutti i decreti, i disegni di legge e i regolamenti proposti dai ministri. Il compito del mio ufficio è di renderli più snelli possibile e velocizzarne l’iter», risponde la Manzione.
Già il gufo. Cita spesso, quando deve mettere in evidenza la sua scorza interiore, i suoi maestri spirituali come Francesco da Assisi, Gandhi e madre Teresa, ma anche un po’ di sana superstizione evidentemente non guasta nell’ex comandante dei vigili urbani di Seravezza, Pietrasanta, Verona, Livorno, Lucca e poi Firenze. Le cui radici affondano nel sud campano. È nata infatti a Forino, in provincia di Avellino, il 31 luglio del 1965. Il babbo si chiamava Benito, ufficiale giudiziario («Era severo, ricordo che metteva soggezione alle mie amiche») mentre la mamma, ancora viva, si chiama Carmen («Una grande cuoca. Io son una buongustaia e vado pazza per la trippa»).
Papà Benito e madre Teresa. Un giorno papà Benito raduna moglie e figli (oltre ad Antonella, il magistrato Domenico e Giovanna): «Ragazzi, vado a lavorare a Volterra. La Toscana è bella e per voi sarà più facile trovare lavoro». L’indomani i Manzione partirono a bordo di una vecchia Renault: erano in cinque, stretti come acciughe, e con loro c’era pure il gatto.
Mentre parliamo, il fotografo incalza: «Labbra morbide», «Guardi questi documenti, li legga», «Ora si alzi, si metta in una posa più istituzionale, sì con la giacca nera, bene così». Clic, clic, e lei: «Ancora?». Ancora, dottoressa, risponde secco e sorridente il fotografo. «Sono stupita dall’attenzione mediatica. Un’attenzione che mi sorprende più che ferire. Sono serena. Mi porto sempre dentro il cuore una frase di madre Teresa da Calcutta: “Fa che la compassione diventi rispetto”». Lei chiede rispetto? «Prima di tutto io do a tutti il mio rispetto. E ovviamente lo pretendo nei miei confronti».
L’incontro con Renzi. Due le foto sulla libreria: una la ritrae giovanissima a Seravezza colpita dall’alluvione e nell’altra con Renzi sindaco a Palazzo Vecchio. «Sono Matteo Renzi. Viene a lavorare a Firenze?». Era il giorno del suo compleanno, quando la Manzione ricevette la telefonata dell’allora sindaco di Palazzo Vecchio. «Mi colpì la chiamata personale. Gli risposi subito di sì e con Renzi è sbocciato un rapporto di collaborazione coinvolgente, anche se molto faticoso. Lui è instancabile, ha carisma, determinazione, prontezza decisionale», racconta. E ora? «Lo sento tutte le volte che è necessario ad entrambi. Può succedere più volte al giorno, così come ci sono giorni in cui non ci sentiamo. Ci mandiamo sms, oppure ci parliamo al telefono, ho il diretto, oppure io scendo dal mio quarto piano al primo dove si trova lui. Proprio qui sotto (e indica il pavimento, ndr), se si crolla si piomba direttamente nel suo ufficio...», ride divertita.
La giornata della Vigilessa. La Manzione dà l’idea di una donna come asserragliata in un bunker di carte, norme, codici. La sua giornata comincia all’alba, in stile renziano, poco dopo le sette: prima si ferma a pregare alla chiesa di via del Corso dei Servi di Maria, l’ordine religioso - guarda caso - nato a Firenze nel XIII secolo (tra le sue file ha annoverato anche il poeta David Turoldo), poi Palazzo Chigi, l’ascensore e l’ufficio ancora deserto. «Tiro avanti per tutta la giornata, a volte anche fino a notte tarda. Preparo i documenti per il Consiglio dei ministri, ricevo i consulenti e i dirigenti dei ministeri sui vari provvedimenti. Pausa pranzo? E chi ha il tempo? Qui c'è una macchinetta dove acquisto patatine, cioccolato, caffè, mi nutro davvero male. Ieri è venuto a trovarmi il nuovo capo di segreteria di Renzi, Giovanni Palumbo, un amico, e mi ha detto, lui che viene da Firenze: “Antonella, dove mi porti a mangiare”. Boh, gli ho risposto. Sono qui da 4 mesi ma non conosco ristoranti».
A un certo punto, a proposito del suo lavoro, dice che lei deve «ordinare il traffico normativo del governo». Da Vigilessa del governo Renzi. I cui destini passano anche dal quarto piano di Palazzo Chigi. Intanto il fotografo, come un regista , dà gli ordini: cambiare le bandiere all’angolo della stanza, queste carte vanno messe di là, e lei dottoressa Manzione si sieda in modo che si veda in lontananza l’altare della Patria. L’addetto stampa freme, ma lei, la Vigilessa, sorride e si lascia guidare dal vulcanico fotografo: un tocco di simpatia e di trambusto nelle stanze grigie e ovattate di palazzo Chigi.
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